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Forse la privacy interessa di più (grazie agli errori di Facebook e Google)

Sembrava che non interessasse a nessuno, la privacy online, a giudicare dai milioni di storie, foto e video ultrapersonali che la gente pubblica allegramente sui social network. E invece, da qualche tempo, non si parla d’altro. Google tiene in sospeso il rilascio della sua nuova tecnologia di riconoscimento facciale, che consentirebbe di sapere chi è ritratto nelle foto che si trovano online con il suo motore di ricerca, proprio perché teme le critiche dei difensori della privacy.

E intanto si trova a fronteggiare le accuse di aver raccolto indebitamente i dati privati dagli utenti collegati alla rete con il wi-fi nel corso delle rilevazioni destinate a raccogliere i dati per il servizio Street View.

Intanto, le polemiche sulla privacy in Facebook cominciano a far male: secondo i calcoli di SearchEngineLand, il numero degli utenti attivi sta crescendo sempre meno rapidamente perché accanto alle iscrizioni di nuovi abbonati si moltiplicano gli abbandoni di quelli vecchi. La spiegazione sembra collegata al disamoramento che molti provano per un social network che si era originariamente presentato come un luogo nel quale coltivare le "amicizie" e si è invece radicalmente trasformato, introducendo qualche mese fa una nuova politica della privacy che obbliga gli utenti a rendere pubblici molti dati che in precedenza erano privati.

Eric Schmidt, ceo di Google, e Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, hanno entrambi manifestato molto scetticismo sul tema della privacy. Schmidt ha dichiarato in pubblico di ritenere che, online, la privacy non esiste. L’opinione di Zuckerberg in materia è più o meno la stessa. Peraltro, Zuckerberg l’ha espressa in un contesto che riteneva privato e, in un paradossale contrappasso, è diventata pubblica perché una delle persone che erano con lui l’ha raccontata ad altri, come riporta Epicenter, un blog ospitato da Wired. Sta di fatto che le loro piattaforme sono focalizzate sul servizio all’accesso, alla diffusione, al reperimento e alla condivisione d’informazioni e, come modello di business, si concentrano sulla pubblicità. La privacy non fa parte del loro Dna. Ma questo carattere si sta lentamente trasformando in un problema.

Fino a qualche tempo fa, chi dava poca importanza alla privacy poteva sembrare persino moderno. Quando dieci anni fa la stessa convinzione dell’inesistenza della privacy online era stata espressa dall’allora capo della Sun, Scott McNealy, non aveva generato analoghe polemiche. Ma, forse, era un’altra epoca.

Era l’epoca in cui internet era meno diffusa e si presentava come una tecnologia liberatoria da un sistema di media spersonalizzanti, industriali, di massa. Il boom popolare dei social network è avvenuto in un contesto culturale nel quale poteva apparire divertente pubblicare online qualunque cosa, anche molto personale, per conquistare il proprio quarto d’ora di notorietà, senza pensare alle conseguenze.

Certamente, questo genere d’atteggiamento non scomparirà in un battibaleno. Ma il cambio di policy di Facebook ha reso tutti più consapevoli. E lo stesso effetto era stato generato dall’introduzione di Google Buzz, realizzata maldestramente: il nuovo social network era stato introdotto in modo da connettere direttamente gli utenti ai loro corrispondenti più frequenti su Gmail. Scelte, quelle di Facebook e Google, che sono sembrate dei piccoli o grandi tradimenti della fiducia che gli utenti riconoscevano alle piattaforme.
Se la pubblicità dei dati messi online è esplicitamente parte delle regole del gioco, gli utenti si preoccupano di meno. Tanto per fare un esempio, in questi ultimi tre mesi circa 50 milioni di persone si sono collegate a Chatroulette, un servizio inventato da un diciottenne russo che consente di parlare con perfetti sconosciuti incontrati per caso via webcam. La sola regola: se quello che hai davanti non ti piace schiacci il pulsante "next" e incontri il prossimo. Nel frattempo, Twitter va avanti senza troppi problemi: si sa fin dall’inizio che chiunque potrà leggere i micropost nei famosi 140 caratteri. E del resto, milioni di persone dicono a Foursquare dove si trovano fisicamente: ma sanno che si tratta di un’informazione pubblica.

Ne consegue che, mentre le leggi sulla privacy evolvono, la vera grande difesa di ciascuno contro il "Panopticon" della rete è nella consapevolezza di chi usa i social media. Quello che si mette online diventa pubblico o può diventarlo, prima o poi. Se si corrisponde privatamente, si può sempre usare la mail.

Commenti

mi permetto un appunto:

"Nel frattempo, Twitter va avanti senza troppi problemi: si sa fin dall’inizio che chiunque potrà leggere i micropost nei famosi 140 caratteri."

Non è proprio così.

si sa fin dall'inizio che hai 2 strade:
a) chiunque potrà leggere i micropost nei famosi 140 caratteri + motori di ricerca
b) Account privato: potrà leggere i micropost nei famosi 140 caratteri solo chi decidi tu (escludendo i motori di ricerca)

L'utente sceglie consapevolmente una delle due strade previste.
2 opzioni contro le 170 di Facebook. Molto chiare.

grazie per l'appunto che è ovviamente esatto e che peraltro non sposta di una virgola il senso di quanto detto: twitter va avanti senza troppe contestazioni perché è chiaro sulla questione di cui parliamo (non sono molti che usano l'opzione privata, ma da bruce sterling a paolo valdemarin pare si trovino bene; tu hai conoscenza di quanti abbiano scelto quella strada?)

Salve, mi inserisco: su twitter pochissimi scelgono la strada privata, prima perché non leggono le opzioni. Neanche quando sono così poche. I duecento giochini si FB li conoscono, le utilities (creazione di etichette nella posta ad esempio) no.
Inoltre temono con la selezione di "perdere visibilità". A molta gente è stato erroneamente detto che stare su Facebook come su Twitter, cliccare sui giochini e seguire tutto e tutti è "fare comunicazione avanzata".
Stanno accorgendosi adesso di quanto ciò sia inutile, stressante ed invasivo. Ma da qui ad avere (e pretendere) una comunicazione efficiente e trasparente su tutta la Rete ce ne corre.

Saluti,
Ale

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