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Visioni da Kyoto

Molti dei problemi generati dalla scienza e dalla tecnologia del secolo scorso, come la scarsità di risorse naturali, di energia, di acqua, di cibo, di un ambiente non inquinato, saranno risolti dalla scienza di questo secolo. È la certezza del 60% dei giapponesi, ai quali si aggiunge un altro 26,4% che ne è abbastanza convinto, secondo un sondaggio realizzato dal ministero dell'Educazione, Cultura, Sport, Scienza e Tecnologia del Giappone. Ed è l'ispirazione profonda dell'StsForum, un meeting mondiale di scienziati, tecnologi, imprenditori e politici che si tiene ogni anno a Kyoto. Per volontà del visionario Koji Omi, il cui obiettivo è cercare di arrivare a coordinare gli sforzi a livello internazionale per governare, almeno a livello culturale, la grande trasformazione del mondo attuale: una sorta di evoluzione della sua esperienza al mitico Miti, il ministero che ha coordinato l'esplosivo sviluppo giapponese del Dopoguerra.

Atsutoshi Nishida, presidente della Toshiba, ha descritto il piano di lavoro con massima chiarezza. «Ci dobbiamo confrontare con il cambiamento climatico, i limiti alle risorse, la solidità della crescita, la preservazione dell'ambiente, la sicurezza delle risorse, per avviare una fase di sviluppo sostenibile e armonioso. E solo questo tipo di obiettivo può attirare l'interesse e dunque la motivazione dei giovani a partecipare al processo». Perché le persone che parlano all'StsForum sembrano ossessionate dalla necessità di costruire un progetto di studio e pratica scientifica che consenta di passare il testimone a una schiera di giovani oggi apparentemente attratti da altri tipi di carriere e di impegni. Fatta questa premessa che in qualche modo trova l'approvazione generale, propone tre orientamenti fondamentali per la politica dei governi e delle grandi aziende che tracciano la strada per tutti: «Puntare sulla scienza di base e non abbandonarla perché è dalla scienza di base che emergono le innovazioni più importanti: il che si comprende solo se si ha un'ottica di lungo termine e non ci si lascia condizionare dalla trappola dell'urgenza. Puntare sulla collaborazione tra tutte le scienze, comprese quelle sociali, perché la troppa specializzazione limita la creatività e perché l'innovazione non è la produzione di cose nuove, come diceva Schumpeter, ma la generazione di cose che hanno un senso sociale. Puntare sulla motivazione dei giovani a studiare scienza e tecnologia: lanciare grandi progetti, come l'Lhc, per far sognare i giovani».

Un discorso orientato a salvaguardare e costruire una classe dirigente aperta e impegnata al servizio dell'insieme della popolazione. Un sottotesto di quasi tutti gli interventi è in effetti la completa identificazione con l'idea che lo sviluppo, oggi, deriva dall'investimento in ricerca e tecnologia. Lo dice Prithviraj Chavan, ministro della Scienza e Tecnologia indiano. Lo dice Suharma Surapranata, ministro della Ricerca e Tecnologia indonesiano. Lo dice con grandissima cognizione di causa Chuan Poh Lin, dell'agenzia della Ricerca e della Tecnologia di Singapore. Che a sua volta ribadisce la necessità di lasciare un 20% del budget per la ricerca alla libera iniziativa degli scienziati senza porre loro limiti e temi prioritari. Da notare che il budget di Singapore per la ricerca è attualmente all'1% della spesa pubblica e arriverà al 3,5% entro il 2015. Tra l'altro c'è da credere che ci arriverà davvero: con questa politica Singapore è diventato un paese ricco e continua a crescere. La scelta strategia di un'isoletta con 5 milioni di abitanti è competere nell'economia della conoscenza. Un'idea che trova la piena approvazione di herminio Blanco, ceo di Soluciones Estratégicas, e già ministro del governo messicano: «L'investimento in ricerca nei paesi in sviluppo soggiace alla legge dei rendimenti crescenti».

La ricetta è chiara. E lo ripete anche Didier Lombard, presidente di France Télécom. Che sottolinea il crescente, esplosivo apporto della tecnologia delle reti allo sviluppo. «Ma occorre investire nelle reti. Innescare un circolo virtuoso di sviluppo aperto ai mercati internazionali e non soltanto concentrato sull'economia locale. E soprattutto occorre evitare la costruzione di silos che dividano il web in diverse piattaforme appartenenti a diverse compagnie». L'allusione ai grandi dell'internet americana è evidente. Ma è anche implicita in Lombard l'avversione a ogni attacco alla neutralità della rete e allo standard pubblico del protocollo internet». Nelle fasi precendenti dell'informatizzazione ci sono stati grandi dominatori: «È stato il caso dell'Ibm e poi della Microsoft. Ma non è necessariamente il caso oggi: possiamo evitare di lasciare che qualcuno costruisca giardini chiusi che costringano tutti ad accettare tecnologie proprietarie. Lo standard internazionale pubblico è importante». E conclude Lombard, un po' compresso in una riflessione meno visionaria di quella che gli piacerebbe proporre: «Ognuno di noi deve fare un compromesso tra le richieste della sua azienda che spingono a massimizzare i risultati monetari a breve termine e le idee che coltiviamo come esseri umani. Ma le scelte alla fine convergono su una grande motivazione: migliorare le condizioni di vita delle persone».