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Facebank

Chissà se si chiamerà Facebank. Il social network fondato da Mark Zuckerberg potrebbe presto offrire servizi finanziari, come rimesse internazionali e pagamenti elettronici. Secondo un’indiscrezione pubblicata dal Financial Times, Facebook sarebbe vicina a ottenere l’autorizzazione dalla Banca centrale irlandese. Già Google e Vodafone a modo loro stanno esplorando questo genere di attività. Si apre un nuovo scenario per le grandi piattaforme internettiane. Che potrebbe avere conseguenze molto rilevanti.
È un’ipotesi credibile? Il denaro è informazione. Perché non dovrebbe diventare un argomento di sviluppo per le compagnie che si sono dimostrate più efficienti per gestire le altre forme di informazione, come Google, Facebook, Vodafone? Ma il denaro è una forma di informazione molto preziosa e, dunque, regolamentata. Per questo è restata finora appannaggio di compagnie specializzate come le banche. E per questo gli scettici si domandano fino a che punto questa entrata delle compagnie internettiane possa arrivare.
La controversia è destinata a restare aperta per un po’. Facebook ha da sempre cercato di conoscere la reale identità dei suoi utenti. Non c’è sempre riuscita. La rete offre mille opportunità per nascondere un’identità dietro qualche avatar immaginario e questo è un limite per la trasformazione di Facebook in una piattaforma finanziaria. Si può immaginare che i servizi finanziari di Facebook dovrebbero essere offerti con un’applicazione dedicata all’interno della piattaforma. Un’applicazione che probabilmente non funzionerebbe proprio come le altre per le quali già oggi si svolgono scambi monetari – come quelle dedicate a videogiochi – che non sono a basso costo per gli utenti: di solito il social network, in effetti, di solito trattiene il 30% del valore scambiato. Non poco per competere nel mercato delle rimesse internazionali. Ma si tratta per ora di speculazioni, visto che Facebook non commenta ufficialmente la notizia. Di certo, per quanto abbiano fatto finora, le compagnie come Facebook e Google, quando hanno tentato la via dell’entrata nel mercato dei pagamenti, non sono andate benissimo.
Ma per quanto gli scettici possano avere parzialmente ragione, le banche non dovrebbero sentirsi troppo al sicuro. Stiamo assistendo a una fioritura di nuovi mercati del denaro, di nuovi servizi che hanno una valenza finanziaria, di nuove monete. Il Bitcoin ha conquistato l’attenzione di molti per la sua caratteristica capacità di proteggere l’anonimato delle persone che usano e accumulano la moneta elettronica. Totalmente diverso, il Sardex, come le altre monete complementari, ha aperto la strada per una modernizzazione fondamentale del baratto nelle comunità, aumentando l’attività economica delle aziende che l’adottano senza entrare in rotta di collisione con le monete ufficiali. Già da tempo PayPal e altri servizi hanno conquistato una parte dei sistemi di pagamento online. Se ora i giganti del web cominciano a proporsi di entrare nella gestione dei depositi di denaro e degli scambi internazionali, sapendo che potrebbero contare sulla localizzazione più favorevole dal punto di vista delle regole fiscali e bancarie e riconoscendo che si tratta di aziende estremamente efficienti nella gestione dell’informazione e nel rapporto con enormi quantità di utilizzatori, altri segmenti dell’attività bancaria potrebbero essere disintermediati. La rivoluzione, su internet, spesso non è un rovesciamento improvviso delle posizioni, ma uno stillicidio di cambiamenti. Che si traducono gradualmente in una grande trasformazione. Meglio accorgersene prima. E innovare prima degli altri.

articolo pubblicato il 15 aprile 2014 sul Sole 24 Ore