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Il lavoro della conoscenza

Mentre si gli elettori italiani riflettono sui quesiti referendari per emendare, eventualmente, le recenti riforme del mercato del lavoro, il significato stesso di “lavoro” cambia. E la società si trova a fronteggiare le conseguenze, immaginate e reali, di epocali cambiamenti tecnologici, geopolitici, ambientali, con gli strumenti sviluppati nell’epoca industriale: strumenti adatti a un contesto nel quale c’era una chiara differenza tra tempo del lavoro e tempo libero, tra formazione ed esercizio della professione, tra ricerca e tecnologia. La nuova condizione, sostanzialmente, è conseguenza del fatto che nell’epoca della conoscenza, il valore si concentra sull’immateriale – ricerca, design, organizzazione, informazione, immagine, senso – mentre i prodotti materiali, ne sono, per così dire, i mezzi di trasporto e comunicazione: sicché l’occupazione di chi genera il valore coinvolge il suo cervello, la sua cultura, le sue relazioni sociali, il suo rapporto con l’ambiente, il suo gusto e la sua visione del futuro; se la generazione di valore è nella conoscenza di chi lo produce, il lavoro diventa l’espressione di sé ed è più difficile distinguerlo da ciò che non è lavoro. Per chi genera valore in questo modo, l’ozio intellettualmente creativo e il tempo occupato per la professione fanno parte della stessa sostanza. Per gli occupati che sono nella produzione di beni materiali, il rischio è che la concorrenza delle macchine diventi sempre più difficile da battere. Ma se queste ipotesi sono realistiche, il modo con il quale la società si prepara a gestire il futuro appare piuttosto inadeguato: educazione, ricerca, qualità della vita, dovrebbero essere i primi ambiti di investimento; la misurazione del successo dovrebbe essere radicalmente diversa dal Pil; la tradizione dovrebbe essere considerata parte integrante del processo innovativo. La prossima settimana, sarà presentato e discusso, a Roma, lo studio “Lavoro 2025”, voluto dal gruppo parlamentare M5S e realizzato con il metodo Delphi dal sociologo Domenico De Masi (al quale chi scrive ha dato un contributo). Ma è necessario che il dibattito in materia si allarghi drasticamente. In nome del problema più grande: quel 30% di giovani che hanno terminato gli studi ma non hanno trovato un lavoro. Il che è fonte di paura, infelicità, incertezza, rabbia, scontento, conservazione.

Articolo pubblicato su Nòva il 15 gennaio 2017