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I trust digitali

La libertà di mercato non è l’assenza di regole ma la presenza di leggi che salvano questo “bene comune” dalla minaccia che proviene dall’ingerenza statale e dai monopoli privati. La storia delle autorità antitrust è lo specchio della trasformazione delle strutture dei monopoli. Un tempo si occupavano dei cartelli di imprese che controllavano quote di mercato eccessive, e li spezzavano: il caso dell’At&t ha fatto epoca, anche se il suo risultato finale è piuttosto dubbio. Qualcuno ha pensato di adottare la stessa tecnica per la Microsoft, quando l’azienda co-fondata da Bill Gates controllava il 90% del mercato dei sistemi operativi dei computer. Operazione non riuscita, anche perché nel frattempo l’innovazione internettiana ha spiazzato la posizione dominante della Microsoft. Oggi, sostiene l’Economist, la nuova dimensione dei monopoli è quella dei dati: controllati da Google, Facebook, Amazon, Apple, Microsoft. E dovremmo aggiungere Illumina che possiede una fantastica banca di dati genetici che le garantisce un potere immenso sul mercato dell’innovazione nella salute e non solo. Questi mercati sono sempre meno fisici e sempre più digitali: dunque sono sempre meno facili da definire, si formano per l’effetto-rete che di per sé favorisce le tecnologie più usate, hanno bisogno di datacenter giganteschi e di competenze fuori dal comune, producono soldi a palate, difficili da tassare e da localizzare, funzionano in base ad algoritmi il cui modo di funzionare non è necessariamente leggibile per gli altri operatori del mercato. È forse tempo di rivedere le norme antitrust considerando tra queste, la neutralità della rete, l’interoperabilità delle piattaforme, l’abuso di posizione dominante che si commette anche acquisendo piccoli concorrenti in grado di diventare grandi: perché i monopoli non si valutano più in termini statici; riguardano i mercati attuali ma anche quelli potenziali. Per il liberismo si apre una stagione di riflessione.

Articolo pubblicato su Nòva il 7 maggio 2017