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Lettere sull’innovazione: deliri social

Caro Luca
I social network online ci fanno credere di essere molto più intelligenti e di sapere sempre come stanno cose. Siamo e viviamo in questo strano mondo abitato da uomini giganti con tanti piedi tanti mani e un unico cervello: intelligenze collettive? Questi giganti si chiamano echo chamber, filter bubble, bolle sociali. Sono sempre esistiti solo che ora sono molto visibili e hanno molta forza. Grandi giganti che si nutrono sui – e dei – social tra storie, fake news e verità. Giganti che credono di essere invincibili grazie all’intelligenza collettiva magari in salsa di economia condivisa.
Ci sono i giganti della politica che per primi dovrebbero scansarsi dai social che conosciamo e usiamo. Avrebbero bisogno di ragioni convincenti, plausibili e argomentate per essere ancora legittimati dal popolo all’esercizio del potere. Alcune migliaia di anni fa, senza nessuna tradizione culturale per governare, bastava richiamarsi alle divinità e ai sacerdoti. Così oggi i giganti politici usano i nuovi oracoli digitali senza legittimare e argomentare. Essere eletti e pubblicare sugli oracoli digitali non basta, non sono il posto per farlo, non è il metodo giusto. Abbiamo bisogno di nuovi social tra la tecnologia, blockchain magari, e delle relazioni consapevoli, responsabili e misericordiose. E poi ci sono i giganti dei media. I poeti greci si sentivano autorizzati a raccontare intorno alla verità del mondo degli uomini dagli dei, cosi faceva Parmenide sulle cui argomentazioni veritiere garantiva una dea, Omero con le Muse, Empedocle addirittura paragonandosi a una divinità. Poi con il tempo gli dei lasciarono alla filosofia con la logica e la ragione lo spazio per argomentare la verità. E cosi fin ai nostri giorni dove la contaminazione tra i giganti dei vecchi media e i giganti, e questi lo sono davvero, dei nuovi media ci stanno facendo tornare ai tempi degli dei, al tempo di una presunta intelligenza collettiva che però – ed è il caso di questa nuova epoca senza nome – non è detto che sia sempre a somma positiva. Orribili giganti appunto con una sola testa e tante mani e piedi che hanno riempito la sfera pubblica spesso non occupandosi minimamente di chi l’abita. C’è bisogno prima di tutto che questi giganti, riconoscano di avere molti cuori liberi che si relazionano, non con le finte amicizie o follower dei social, si emozionano e si aiutano vicendevolmente riconoscendoci tutti miseri e bisognosi almeno civicamente dell’altro. Oppure?
Michele Kettmajer

Caro Michele
Il delirio di onnipotenza tecnologicamente indotto negli umani non è una novità dell’epoca dei social media. Certamente, questa ne favorisce una specie particolare: quella dell’aggregazione di individui che vivono un “ego” aumentato trovandosi in luoghi digitali nei quali tutti si si piacciono, si apprezzano, condividono le stesse opinioni e danno vicendevolmente ragione, come appunto nelle cosiddette echo-chamber. Queste aggregazioni modificano il senso della realtà di chi le frequenta in modo troppo assiduo, avvalorando in queste persone la certezza di una sorta di corrispondenza tra la loro visione del mondo e la conoscenza su come stanno le cose. La relazione civica invece è quella che si intrattiene con persone che non necessariamente si piacciono ma che condividono la necessità di sviluppare un progetto in comune come appunto convivere in un unico territorio e che, di conseguenza, riescono a darsi un metodo per informarsi, deliberare e decidere insieme anche se non la pensano nello stesso modo. Si tratta in entrambi i casi di forme di “intelligenza collettiva”. Ma molte ricerche, comprese quelle di Tom Malone all’Mit, dimostrano che le intelligenze collettive più “intelligenti” sono formate da aggregazioni di individui che appartengono a storie culturali diverse e che hanno sviluppato visioni del mondo differenti, ma sanno stare insieme e discutere pacificamente. Il primo tipo di intelligenza collettiva, quella un po’ più stupida, vive di convenzioni e pregiudizi anche se, come nel caso del nuovo presidente degli Stati Uniti, si presenta retoricamente come anticonformista. Il secondo tipo, quella che include le diversità e quindi più probabilmente prende decisioni più intelligenti, ha bisogno di elaborare un metodo per la convivenza e per questo si appoggia a grandi filoni culturali – dal costituzionalismo alla filosofia dei diritti umani – per arrivare a definire un’ambito operativo e convincente che non scada nella freddezza tecnocratica. L’epoca dei media sociali ha fatto emergere la necessità di inventare i media civici. Ma la strada è lunga. E il peso da portare in questi giorni non è leggero.

Rubrica pubblicata sul Sole 24 Ore il 19 agosto 2017