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Lettere sull’innovazione: digital humanities

Caro Luca,
tutti noi siamo ogni giorno più consapevoli che la nostra vita digitale si muove a velocità sempre maggiori. E sempre più velocemente cresce il numero delle interazioni che di questa vita digitale sono l’essenza. E con esse, sempre più complesso diventa poter occupare e mantenere posizioni competitive come persone, organizzazioni e sistemi economici, questi ultimi sempre più ampi e articolati.

Perché oggi per essere competitivi è richiesto di essere in grado, da un lato di operare sempre più velocemente su processi consolidati o che si evolvano linearmente, dall’altro di prendere decisioni intelligenti su temi non ancora completamente identificati nelle loro complessità.

L’interrogarsi su quali debbano essere le competenze premianti da sviluppare per poter svolgere efficacemente un certo tipo di attività o ricoprire altrettanto efficacemente un certo ruolo, o quali debbano essere quelle da sviluppare per poter essere pronti ad affrontare la scontata evoluzione a cui quel certo tipo di attività o di ruolo saranno soggetti nel passaggio al livello successivo, è argomento sempre più dibattuto.

E come giustamente sostieni nel tuo recentissimo articolo che ha ispirato questa mia lettera, cresce la necessità di avviare una discussione progettuale che ricerchi una visione prospettica sul lavoro del futuro. Sostenibilità vuol certamente anche dire abilitare le persone, attraverso strumenti e competenze, ad agire efficacemente nel corso dei fenomeni trasformativi.

In questo la tecnologia ci ha sempre consentito di legare la trasformazione organizzativa a qualcosa che ne travalicasse i confini, dando un senso più profondo e più ampio a chi di quella trasformazione fosse soggetto e attore.

Ma oggi il procurarsi tempestivamente le competenze necessarie ad affrontare con successo l’evoluzione non lineare che le organizzazioni stanno subendo sotto la spinta delle tecnologie esponenziali, sta diventando sempre meno fattibile per la velocità con la quale le tecnologie stesse si evolvono.

Il rischio è che la durata dei cicli di formazione renda le competenze disponibili sul mercato solo quando le tecnologie che ne hanno stimolato la necessità siano ormai state sostituite da altre.

Forse è arrivato il momento di riaffermare, con ancor più convinzione, quanto sia necessario restare concentrati sul nostro essere uomini, allargando lo spettro di interesse e stimolando il proprio pensiero critico e creativo, sostenendo così una flessibilità multidisciplinare, che ci affranchi dall’essere “follower” di competenze e che ci proponga invece come “early adopter” di nuovi ragionamento e creatività.

Questo a mio avviso richiede che ci si ponga tutti il tema di dove e come sviluppare, quindi, non solo competenze, quanto forma mentis. E modelli di “allenamento” atti a mantenere viva questa forma mentis. Rafforzando una mentalità di crescita, incoraggiando la curiosità e la sperimentazione, favorendo l’appetito di evolversi e di provare cose nuove con costanza. E di farlo legittimamente, perché il futuro delle organizzazioni, ed in ultima analisi nostro, dipende in massima parte da questo.

Alessandro Giaume,
Innovation Director Ars et Inventio | Bip

Caro Alessandro
la tua lettera – come, da un punto di vista diverso, la successiva di Maria D’Ambrosio – mostra con estrema chiarezza quanto sia necessario ripensare i confini abituali nei quali in passato venivano chiuse le attività della formazione e della produzione, della tecnica e dell’arte. Oggi, il valore si concentra sulla conoscenza e la conoscenza è dinamica, non ha confini, si alimenta di ricerca e formazione, si coglie e si genera in relazione a una visione del mondo. La ricerca sul lavoro del futuro è essenzialmente qui: come sintonizzarsi con questo nuovo modo di generare valore. In pratica, non in teoria. E come fare in modo che questa sintonia non sia appannaggio solo di una ristretta minoranza di persone. I progetti che uniscono le dimensioni tecnica e umanistica non sono più soltanto interessanti: diventano necessari e urgenti. La velocità della trasformazione ci sfida a vedere in tutto questo una riflessione non procrastinabile: nelle aziende, nelle scuole, nelle università, nei luoghi della politica, nei media. Gli obiettivi della formazione, della produzione, della generazione di valore, della ricerca, dell’arte, coincidono.

Gentile Luca
Come generare innovazione nel mondo dell’impresa, del lavoro, delle organizzazioni, della produzione? Come?

Innovazione è concetto complesso che intendiamo come quel processo che implica un rapporto proattivo tra vecchio e nuovo e che mette in movimento il preesistente e lo trasforma in una delle possibili e imprevedibili creazioni ‘emergenti’. Connessione tra ‘campi’ differenti e interazione tra saperi e conoscenze sono principi metodologici importanti da praticare per produrre il nuovo. Lo stesso vale per la ricerca e per la formazione perché sono quelle attività da cui emerge valore aggiunto per le persone coinvolte e per la loro cognizione. Ma connessione-interazione-formazione-ricerca si possono considerare come un’unica pratica innovativa se si intercetta quella dell’Arte: la sperimentazione degli artisti contemporanei è una risorsa non ancora esplorata per l’innovazione applicata ai sistemi produttivi.

Il nesso Arte-Impresa è la proposta con cui l’Associazione f2 Lab si presenta per produrre ‘visioni’ innovative in chi ‘fa’ impresa. Un’associazione che vuole farsi partner di sviluppo e utilizzare come opportunità la rivoluzione della cosiddetta industria 4.0. Lo specifico di f2Lab sta in un’idea di innovazione connessa alla bellezza: alla ricerca del rapporto ‘armonico’ tra le cose. Come in FERMENTI, realizzato venerdi 5 agosto nella Cantina Santiuorio a San Martino Valle Caudina (AV) con le installazioni digitali di Hirotsugu Aisu e la performance live di Giacomo Montanaro (Shazar Gallery). ‘Fermenti’ è il lemma con cui si inizia a dare corpo al progetto di f2Lab. Fermentazione, infatti, è fenomeno di origine organica che, per opera dei fermenti e della loro energia, smuove particelle di materia, ricomponendole in un nuovo ordine che origina nuova materia, altra sostanza. Il fermento, materiale e simbolico, è l’Arte! L’Arte-fermento creativo, energia che rimette in movimento e genera ‘reazioni’ trasformative e innovative. L’Arte per produrre nuova o altra ‘realtà’ e tanta perturbante bellezza. L’Arte come fermento, dunque, e come nuovo spazio di esperienza di cui ciascuno può sentirsi parte attiva, ‘reagente’. Così l’arte come esperienza che dobbiamo al grande filosofo e pedagogista americano John Dewey diventa la prospettiva teorica che sostiene il progetto di f2Lab che chiama al convivio, alla vita nova, perché si possano immaginare grandi imprese e realizzarle, insieme.

Maria D’Ambrosio
Università degli Studi Suor Orsola Benincasa

Versione completa di una rubrica pubblicata con alcuni tagli sul Sole 24 Ore il 26 agosto 2017