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Lettere sull’innovazione. Scrive Coppola

Caro De Biase,

la Camera dei Deputati, lo scorso anno, ha istituito una commissione parlamentare d’inchiesta sul livello di digitalizzazione della pubblica amministrazione. Una commissione d’inchiesta è uno strumento potente, non ordinario, che ha gli stessi poteri della magistratura. Perché la Camera ha deciso che ne servisse una? Perché la Pubblica Amministrazione spende circa 5,7 miliardi di euro in digitale, ma in tutte le classifiche internazionali siamo sempre agli ultimi posti. Spendiamo male? E perché? Quali sono gli errori che dobbiamo evitare? Dopo un anno di inchiesta il quadro è abbastanza chiaro, come è possibile leggere nelle oltre 150 pagine di relazione pubblicate sul sito della commissione.

La Pubblica Amministrazione in Italia spende male perché il livelli apicali non hanno le competenze adeguate. Negli anni si è creduto alla “favola” che si potesse totalmente demandare al mercato tutta la competenza digitale necessaria a far funzionare in modo corretto la macchina amministrativa, ma quello che emerge chiaramente dal lavoro della commissione d’inchiesta è che se ti metti completamente nelle mani del fornitore di tecnologia e non hai gli strumenti per capire cosa ti serve e se quello che ti viene fornito è della qualità che è giusto aspettarsi, non farai passi avanti e spenderai inutilmente molti soldi. Non significa che la Pubblica Amministrazione debba fare tutto da sola, perché è solo tramite un rapporto virtuoso con il mercato che potrà innovarsi e migliorare i propri servizi, ma è necessario che chi gestisce il processo (e il budget) della trasformazione digitale abbia le competenze adeguate. Chi si farebbe operare da un laureato in economia invece che in medicina? Chi darebbe la responsabilità della ragioneria ad un laureato in agraria invece che in economia?

Nella PA, per quanto riguarda la responsabilità della trasformazione digitale, la commissione d’inchiesta o non ha trovato nessuno o, quasi sempre, persone che avevano titoli del tutto inadeguati. Eppure la legge era chiarissima. Sin dal 1993 richiedeva un dirigente apicale come responsabile dei sistemi informativi, poi diventato responsabile della trasformazione digitale. Nell’ultima modifica, il Codice dell’Amministrazione Digitale (dlgs 82/2005) prevede un vero e proprio Chief Digital Officer che riporta direttamente al vertice amministrativo, che ha compiti di attuazione delle politiche digitali, ma anche di controllo della coerenza organizzativa e di proposte di modifiche nel caso in cui l’uso efficace delle tecnologie richieda cambiamenti nel modo di lavorare. All’inizio dell’inchiesta, il rispetto di questa norma era praticamente zero. La dimostrazione lampante della sottovalutazione dell’importanza e dell’urgenza della trasformazione digitale. Quando la commissione ha insistito, le PA hanno iniziato a nominare in fretta e furia queste figure: ma non avendo tra i dirigenti apicali le competenze adeguate, le nomine hanno più il sapore del rispetto burocratico di un adempimento anziché di scelte strategiche per avere una PA più efficace, efficiente e che possa, anche tramite le tecnologie digitali, contrastare la corruzione al suo interno.

Il fatto che le PA non abbiamo per tempo programmato un piano d’assunzioni e di formazione adeguato è un errore imperdonabile. Abbiamo sprecato almeno un quarto di secolo e questa carenza di competenze ci ha fatto buttare decine di miliardi di euro a causa della mancata digitalizzazione. Non possiamo continuare così ed è per questo che i componenti della commissione d’inchiesta, di maggioranza e di opposizione, hanno deciso di depositare un emendamento alla Legge di bilancio per permettere un piano straordinario di assunzioni di responsabili per la trasformazione digitale della PA. Un piano che investe in capitale umano poche decine di milioni l’anno per evitare di continuare a buttare miliardi di euro. Qualcosa che andava fatto molti anni fa e che spero fortemente non venga sottovalutato per l’ennesima volta.

Paolo Coppola

Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul livello di digitalizzazione della

Pubblica Amministrazione

Caro Coppola

Il problema della mancanza di competenze digitali nella pubblica amministrazione si comprende anche considerando il contesto: la scarsa comprensione strategica per l’innovazione digitale affligge l’Italia nel suo complesso. Non è una conseguenza soltanto della distanza sempre più incomprensibile tra la cultura umanistica e quella scientifica: è soprattutto conseguenza della prevalenza del formalismo rispetto agli argomenti di sostanza. Occorre modificare il sistema incentivante: e aprire la strada carriere tecniche nella pubblica amministrazione è una parte importante di questa modifica. Se la classe dirigente italiana non comprende il pensiero sofisticato che risiede nella tecnologia e continua a considerarla come una funzione meramente operativa, non costruirà un paese adatto al XXI secolo.

Rubrica pubblicata sul Sole 24 Ore il 9 dicembre 2017