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Sull’antitrust dei dati. Cambridge Analitica, Facebook e noialtri

Come un ragazzo rimproverato da un miliardo di mamme arrabbiate, Mark Zuckerberg ha detto che non lo farà più. Di certo, una quantità di testimonianze raccolte da inchieste giornalistiche del Guardian, del New York Times, Intercept e altri ha dimostrato la superficialità con la quale Facebook ha gestito per molto tempo la cessione di dati personali degli utenti a terze parti. Per anni, Zuckerberg ha sottovalutato il tema della privacy dicendo spesso che si trattava di un valore superato. Non era il primo. Anche Eric Schmidt presidente di Google aveva detto che la privacy era un tema per chi aveva qualcosa da nascondere. Recentemente entrambi hanno cambiato registro. Ma le priorità di aziende gigantesche non cambiano in poco tempo. E le questioni emerse con lo scandalo Cambridge Analitica sono essenzialmente legate alle dimensioni di quelle aziende: i giganti che offrono servizi gratuiti in rete in cambio di dati personali che poi servono a profilare la diffusione di messaggi pubblicitari sono diventati tanto grandi da concentrare troppo potere? Consentono forme innovative di manipolazione dell’opinione pubblica? E se sì che cosa si può fare?
Da una parte, occorre leggere i fatti con equilibrio. In sintesi, Cambridge Analitica ha alimentato con notizie vere e false la motivazione ad andare a votare per Donald Trump, candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel 2016, di elettori che dimostravano di essere chiaramente di destra sulla base dei loro profili Facebook analizzati grazie al permesso da loro concesso a un’app che si presentava fraudolentemente come un programma di ricerca scientifica. Quanto questa azione abbia influito davvero sull’esito delle elezioni non è noto, anche se bastano poche decine di migliaia di elettori spinti a votare negli stati più incerti per modificare il risultato di un sistema elettorale tanto assurdo quanto quello degli Stati Uniti che è riuscito a mandare alla Casa Bianca il candidato che ha preso quasi tre milioni di voti in meno dell’avversaria. Di certo, i sondaggi registravano un vantaggio per Hillary Clinton a due cifre percentuali fino a qualche giorno prima delle elezioni quando l’Fbi, fece sapere di avere riaperto le indagini sulle mail della candidata democratica. Ebbene: quale tra le due forme di manipolazione dell’informazione offerta agli elettori è stata più efficace? Qual è il peggiore pericolo per la democrazia?
Una sorta di mitologia circonda le operazioni di Cambridge Analitica considerandole capaci di ogni cattiva influenza delle coscienze degli elettori. Ed è alimentata dalla propaganda della stessa azienda psicometrica inglese: è un paradosso simile a quello del cretese che afferma che tutti i cretesi sono mentitori. Secondo molti commentatori, comunque, anche la votazione sulla Brexit è stata manipolata da Cambridge Analitica, con il metodo della profilazione degli elettori e la diffusione di notizie online false o vere ma tali da convincere definitivamente chi era già orientato a votare contro l’Europa: peraltro una ricostruzione dell’Economist ha mostrato come le notizie false sulla burocrazia europea sono state diffuse prevalentemente da giornali di carta, soprattutto in formato tabloid. E in fin dei conti come si può valutare la maggiore o minore efficacia manipolatoria delle notizie ricevute attraverso l’echochamber di destra che si trova su Facebook, oppure seguendo FoxNews, o leggendo il Sun o il Daily Mirror?
E, come del resto nota Fabio Chiusi nella sua ottima ricostruzione su Valigia Blu, perché quello che è stato fatto a favore di Trump sui social network è considerato un attentato alla democrazia più pericoloso di quello che è stato fatto a favore di Barack Obama? La risposta è nella forma fraudolenta con la quale erano stati ottenuti i profili degli elettori da Cambridge Analitica. Ma questa circostanza certamente importante non cambia un altro fatto: pochi elettori erano consapevoli del fatto che il loro uso del social network serviva a raccogliere informazioni che sarebbero state usate per fare propaganda politica in modo capillare. Lo stesso vale peraltro per la propaganda non politica. Una grande piattaforma online consente di raccogliere un patrimonio di dati enorme che costituisce un concentrato di potere informativo utilizzabile per scopi più o meno favorevoli al bene comune sulla base di criteri troppo legati alla sensibilità e alla coscienza dei vertici aziendali.
Certo, si può osservare che anche le banche e le società di telecomunicazioni concentrano enormi quantità di dati sensibilissime sui loro utenti. Si può anche ricordare che un manager come Miro Allione, allora leader della Stream, l’azienda che avrebbe dovuto mettere insieme un insieme di canali televisivi digitali da diffondere attraverso i cavi in fibra ottica che la Stet aveva appena steso in mezza Italia nella seconda metà degli anni Novanta, sosteneva che la sua televisione avrebbe potuto fare una pubblicità molto efficace conoscendo perfettamente i gusti degli utenti. Le regole a favore della concorrenza, della privacy, della sicurezza dei dati si sono accumulate sull’operatività delle società tradizionali e impediscono eccessi di potere come quelli che sembrano a portata dei giganti delle piattaforme che gestiscono servizi online pagati dalla pubblicità. E forse le autorità politiche riusciranno a trovare il modo di estendere quelle regole a favore di diritti fondamentali anche alle nuove piattaforme. In particolare una recente disposizione europea che impone alle banche di consentire a terzi l’accesso ai dati anonimizzati degli utenti consenzienti sembra un esempio da estendere: obbligare le piattaforme a condividere i dati con i concorrenti e le altre aziende, rendendo interoperabili i loro servizi di base, ridurrebbe la concentrazione del potere nelle loro mani. Ma tutto questo va fatto con la crescente consapevolezza del fatto che i diritti alla privacy, alla salvaguardia della concorrenza, alla sicurezza in rete, non sono in contrasto con la libertà di impresa: sono semplicemente diritti umani. E se le tecnologie vogliono essere considerate intelligenti e utili devono sviluppare soluzioni che garantiscano lo sviluppo e non la compressione dei diritti umani.
Alla radice della prossima ondata di innovazioni potrebbe dunque essere il ritorno dei servizi internet a una architettura distribuita e non concentrata come quella che si è sviluppata in questi primi lustri del nuovo millennio sulla scorta di forti investimenti finanziari giganteschi e orientati al breve termine, modelli di business focalizzati sulla pubblicità, tecnologie semplicistiche in tema di diritti umani. L’architettura distribuita è fondamentale per esempio per tutta la vicenda delle blockchain: non servono solo alle criptovalute ma a molte altre attività che riguardano varie forme di proprietà intellettuale e che funzionano attraverso la condivisione delle informazioni su registri distribuiti che garantiscono la certezza delle transazioni online. È un esempio di architettura non concentrata che sta emergendo. Di certo, i problemi attuali della vita digitale si superano con un po’ di regole e con molta progettazione per creare qualcosa di meglio delle piattaforme che si usano oggi.

Articolo pubblicato su Nòva il 25 marzo 2018