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Lettere. La velocità della politica e della tecnologia

Caro Luca De Biase
La tecnologia va due volte più veloce delle politiche. Credo che questo derivi da un divario generazionale tra i membri del governo e i fondatori delle aziende che fanno tecnologie, app, software. Ci vogliono sempre dieci anni per rendersi conto del problemi e tre anni in più per trovare la soluzione. Ma nel frattempo il problema è diventato una lobby potente.
Fulvio Giannetti
Responsabile data science, Lybra Tech

Caro Giannetti
C’è un modello di adozione delle tecnologie che parte dalla realizzazione di una soluzione e che si occupa solo in seguito delle conseguenze. E c’è un modello che tenta di fare entrare in funzione le tecnologie solo dopo che sono state testate e che le loro conseguenze sono state analizzate. Il primo caso è tipico delle piattaforme digitali. Il secondo per esempio è prevalente nei medicinali. Ma anche in tutte le attività sottoposte al principio di precauzione. Per qualcuno il primo approccio è capace di generare innovazioni più radicali. Il secondo è necessario per la salute delle persone. Il caso Cambridge Analitica – Facebook mostra i rischi del primo approccio. Forse si può riflettere sul fatto che anche la salute della società merita un pensiero progettuale attento alle conseguenze delle tecnologie. Non è facile trovare l’equilibrio tra la libertà di innovazione e la gestione del rischio connesso. Ma il tema merita un approfondimento.

Caro De Biase
La rapidità di accesso e uso ai social media contrasta con la farragginosità delle regole legali da leggere per tutelare la privacy.
Alla tecnocrazia proverei a opporre altra tecnocrazia.
Una norma quadro europea redatta per la massima tutela dei privati. Eventuali deroghe dovrebbero essere predisposte secondo formulari legali con sintesi del dispositivo a chiarimento del concetto al quale è proposta la deroga. Per scoraggiare le deroghe ed evitare interpretazioni maliziose della norma le medesime dovrebbero essere approvate da una commissione ministeriale e dovrebbero essere redatte nella lingua madre dell’accettante.
Ermanno Niccoli

Caro De Biase
Penso a Daniela Lucangeli quando ci parla di apprendimento e cita l’intelligere come apprendimento continuo, distingue l’apprendimento da dentro a fuori e da fuori a dentro, naturalmente fa riferimento all’apprendimento dal dentro al dentro. Ed è qui che si sofferma, facendoci capire che un sovraccarico di informazioni da fuori a dentro prevede un espulsione ed una ricerca di fuga. Cita dati di ricerche ministeriali e da li si può evincere molto dello stato dell’attuale scuola italiana. Penso alle ultime metodologie pedagogiche come l’educazione esperienziale in ambienti urbani e in natura, all’outdoor education e alle scuole libertarie sparse sul territorio nazionale. Si iniziano finalmente classi sperimentali con approcci montessoriani e di scuole nel bosco, vedi Ostia. Penso ad uno degli ultimi libri di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli Città Educante, anche da questo si può partire per ripensare i concetti di comunità educante. Partendo dalle architetture interne ed esterne degli edifici pubblici e privati destinati ad accogliere gli istituti scolastici. Arrederei gli interni, coinvolgendo però la comunità educante, aprendomi al quartiere, dando slancio e sostegno alle realtà già nate della rete nazionale Scuole Aperte. Darei vita a sperimentazioni urbane di città a misura di bambino, esistono diversi progetti su quest’ultimo tema di cui si è occupato anche il CNR. Auspico progetti di scuole urbane itineranti, dove i bambini vivono la città e creano comunità, dando vita a progetti i cittadinanza attiva e gestione partecipata, coinvolgendo naturalmente la comunità educante composta, per esser chiari, da bambini, genitori, nonni, maestri o insegnanti e dirigenti scolastici.
Daniele

Rubrica pubblicata sul Sole 24 Ore il 6 aprile 2018