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L’impronta digitale e l’ecologia culturale

Il bello dell’internet è la sua capacità costante di ispirare la possibilità di innovare. La concentrazione di cambiamenti densi di conseguenze che si è verificata nell’ultimo quarto di secolo, proprio sulla scorta della creatività favorita dalla rete, ha ormai portato la società a vivere in un contesto profondamente digitalizzato e ha contribuito a generare una grande trasformazione che va ben oltre il confine della tecnologia informatica. Per di più, la digitalizzazione dello strumentario a disposizione della ricerca scientifica ha ulteriormente accelerato lo sviluppo della conoscenza che diventa precondizione di ulteriore innovazione tecnologica, come dimostrano le frontiere contemporanee dell’intelligenza artificiale, della robotica, della biotecnologia, della nanotecnologia, delle neuroscienze. Ma questi successi producono anche equivoci. Poiché la cultura tecnologica è ritmata da un processo per il quale di solito la nuova versione di qualsiasi cosa appare migliore della precedente, si tende a pensare che il passato sia meno importante di un presente scoppiettante di novità, in attesa di un futuro ineluttabile. Salvo poi trovarsi a discutere – spesso criticamente – delle conseguenze di ciò che si è fatto.
Lorenzo Tomasin ne parlava nel suo “L’impronta digitale” (Carocci, 2017). Professore di filologia romanza e storia della lingua italiana all’università di Losanna, Tomasin propone di rileggere le conseguenze del successo della cultura tecnologica alla luce del bisogno umanistico di discernimento. E per esempio combatte l’applicazione della categoria dell’utilità – o dell’inutilità – allo studio delle lettere: «Se amettiamo che il compito dell’istruzione avanzata non è insegnare cose utili ma formare e selezionare uomini intelligenti e capaci di comprendere la realtà nel senso più ampio, tutte le gerarchie fondate sui bisogni e le utilità o gli utili immediati non hanno senso». In effetti, è proprio così, alla luce delle scoperte che ogni giorno si fanno, per esempio, sul lavoro del futuro: proprio a causa dell’accelerata trasformazione tecnologica, ciò che è utile imparare in un certo momento può diventare velocemente obsoleto; mentre quello che resta durevolmente è la capacità di interpretare criticamente e creativamente la realtà, di imparare interdisciplinarmente e in squadre caratterizzate dalla presenza di culture diverse, di guardare strategicamente in avanti. Qualità che non si apprendono ricercando l’utilità immediata delle idee, ma riconoscendo il valore profondo del percorso – impegnativo – che le genera.
Sicché, diceva Tomasin, si superano le antinomie derivanti dalla malriposta distinzione tra scienze naturali e scienze umane, considerando le prime precise e le seconde approssimative, le prime metodologicamente rigorose e le seconde fondate su opinioni. Niente di tutto questo ha senso. E ne perde ulteriormente alla luce del contesto digitale nel quale tutto converge, secondo la felice espressione di Tomasin, in una nuova «ecologia culturale».
In prospetiva, adottando questo approccio, quello che appare contraddittorio diventa semplicemente parte della dinamica evolutiva. Trasparenza e privacy, competizione e cooperazione, innovazione e sicurezza, non sono obiettivi contrastanti tra i quali la società è costretta a scegliere, rinunciando per esempio a un po’ di libertà in cambio di maggiore sicurezza. Sono invece sfide alla capacità della cultura di evolvere, per indirizzare l’ulteriore innovazione in una direzione più consapevole.

Articolo pubblicato su Nòva il 7 ottobre 2018