Articolo scritto il 28 aprile 2025 e poi pubblicato sul Sole 24 Ore
Tutte le infrastrutture di sistema che funzionano si assomigliano. Ma quando si rompono lo fanno in modi diversi. La causa del blackout in Spagna e Portogallo è ancora ignota mentre andiamo in stampa. Le conseguenze però hanno dimostrato quanto possa essere fragile una società connessa a reti che svolgono funzioni critiche per la vita quotidiana di decine di milioni di persone.
In effetti, una rete elettrica sofisticata non cade per un evento isolato. Anche per questo resta un diffuso scetticismo tra gli esperti sull’ipotesi che sia stato un attentato o sull’idea di un evento atmosferico anomalo in Spagna. Un’intera rete elettrica cade per un effetto domino, quando la domanda e l’offerta non si bilanciano nel modo previsto, ma è difesa comunque da un insieme di accorgimenti che di solito limitano a certe aree geografiche o a pochi momenti i blackout. Un’emergenza come quella di ieri nella Penisola Iberica difficilmente può avere un’unica causa. Il precedente del blackout italo-svizzero del 2003 ha insegnato che un albero che interrompe una linea non basta: c’è voluto un altro incidente poco lontano e una serie di interruzioni nelle comunicazioni tra i tecnici svizzeri e quelli italiani. Gli ingegneri progettano le reti per ridurre le probabilità che si inneschi il temuto effetto domino, tenendo conto delle specifiche architetturali previste, dei vincoli di bilancio e della ridondanza tecnologica che si possono permettere. La qualità della prevenzione di eventi come questo è dimostrata, se non altro, dalla loro rarità. Invece, è sulle conseguenze di una vicenda come questa che le società sembrano particolarmente impreparate.
Lo erano certamente all’epoca industriale, ma lo sono a maggior ragione nell’economia della conoscenza, nella quale internet è l’infrastruttura portante per la produzione, il trasporto, il commercio, i servizi e le comuinicazioni. Proprio uno spagnolo, Manuel Castells, è stato tra i pionieri della ricerca sulla “società della rete”. Il suo lavoro monumentale, pubblicato nel 1996, ha dato un nome alla struttura sociale che emerge dal progresso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. La rete delle reti, internet, doveva essere architettata in modo tale da poter continuare a funzionare anche se una sua parte si fermava, perché era decentrata. Ma, come si è scoperto nella Penisola Iberica, la sua fragilità dipende dal fatto che deve comunque connettersi a un’altra rete, quella elettrica, che è costruita in modo non decentrato ma gerarchizzato.
La società della rete è un collettivo nel quale si funziona tutti insieme e si fallisce ciascuno per conto proprio, chiusi in un ascensore o in un ingorgo stradale, costretti a scappare lungo i binari nei tunnel della metropolitana, senza banconote per comprare i beni prima necessità avendo delegato i sistemi di pagamento alle carte di credito o ai telefonini, vagando a piedi per città che diventano buie nel tentativo di trovare una casa che non sarà accogliente.
Si tratta di una società nella quale si è tutti insieme in solitudine, soprattutto se si interrompono i collegamenti. E nella quale si possono facilmente diffondere panico e violenza. Non a caso il premier Pedro Sánchez ha dedicato un suo messaggio particolarmente accorato ai concittadini «implorandoli» di non cadere nella tentazione di credere alla disinformazione e di mantenersi in ascolto soltanto dei canali di informazione ufficiali. Un appello che probabilmente sarebbe stato più facile da apprezzare se i canali ufficiali avessero avuto qualcosa da dire di più che un semplice: «non sappiamo come sia accaduto e quanto tempo ci vorrà perché tutto torni normale».