La strana guerra cognitiva che fiacca l’Europa

Articolo scritto il 23 maggio 2025 e poi pubblicato sul Sole 24 ore


La guerra si trasforma. Per decine di milioni di persone è un orribile incubo fisico nel quale terrificanti armi automatiche si aggirano per le città a caccia di civili, mentre sciami di piccoli droni attaccano navi gigantesche e costellazioni di satelliti determinano il successo o l’insuccesso delle operazioni. Intanto, per miliardi di persone la guerra si combatte nei media digitali che sono le armi e il teatro del confronto. In tutti i casi l’intelligenza artificiale ha un ruolo crescente. Il che impone alle strategie di difesa di adattarsi. Per l’Europa è una sfida tecnologica, economica, politica e, soprattutto, valoriale.

«La prosperità, la libertà, la sicurezza dei cittadini sono alcuni dei più importanti compiti dei governi democratici. E si perseguono insieme, perché sono collegati» ricorda il generale Stefano Mannino, presidente del Centro Alti Studi Difesa. «Per questi obiettivi, le società si devono preparare alle guerre armate, sono costrette ad affrontare le guerre commerciali, si trovano a vivere le guerre cognitive». L’Europa si trova oggi a conoscere tutte queste dimensioni della guerra: è attaccata in armi da est e commercialmente da ovest, mentre le violenze cognitive che subisce provengono da tutte le direzioni. E tra le ipotesi di “scelte fatali” esplorate nel corso di un panel dedicato a questi argomenti al Festival di Trento ci sono anche quelle che riguardano la preparazione della sua difesa.

La guerra cognitiva è una realtà da una decina d’anni almeno. «La Russia ha iniziato il suo attacco cognitivo molto prima di entrare in armi in Ucraina, lanciando sulla rete una narrativa che equiparava l’Europa al nazismo» svela Sara Tonelli che, alla Fondazione Bruno Kessler, dirige un’unità di ricerca si occupa di decodificare la disinformazione e rintracciarne la provenienza e le motivazioni. «Vediamo che gli eserciti di bot sono oggi indirizzati sapientemente contro i punti deboli del tessuto sociale per disunire le comunità e distruggere fiducia e credibilità» dice Tonelli. «Le elezioni in Romania sono state disturbate da azioni orchestrate dall’estero con post inviati a intervalli regolari di dieci secondi, tipici di operatori automatici. Gli account gestiti da intelligenze artificiali avevano conquistato la fiducia degli umani con messaggi come gli auguri per i compleanni dei bambini e si erano trasformati in generatori di notizie pensate per fare paura in prossimità delle elezioni». TikTok si è dimostrato estremamente utile per chi attaccava la Romania. «Ma l’intelligenza artificiale è anche uno strumento di difesa. Il factchecking se ne avvale per aumentare la velocità di risposta e valutare le fonti in molte lingue» spiega Tonelli: «Oppure può servire per sviluppare contronarrative, migliorare la conoscenza diffusa nella società e rendere meno credibile la disinformazione».

Tutto questo richiede una preparazione lungimirante. «Gli attacchi si bloccano in un contesto di fiducia e conoscenza diffusa» dice Pier Domenico Garrone, comunicatore, impegnato anche come consigliere al ministero della Difesa. «L’identità, la reputazione, la sovranità sono valori da proteggere proattivamente: per le persone e soprattutto per le istituzioni».

Già. Perché ormai la guerra è totale: può demolire le persone e le loro forme aggregative più importanti. E la prospettiva della pace si deve ricostruire anche con norme adeguate alla contemporaneità. Le regole che riguardano il mondo civile di solito non valgono per le questioni militari. Ma di fronte alle trasformazioni della guerra devono cambiare anche gli strumenti per la pacificazione. «La velocità è la caratteristica della trasformazione attuale» commenta Michele Corradino, presidente di sezione al Consiglio di Stato. «Le regole rischiano di essere presto obsolete. Ma sappiamo che cosa vogliamo. Abbiamo bisogno di intelligenze artificiali trasparenti, di dati affidabili, di soluzioni che garantiscano che siano gli umani a decidere, non le macchine. Per regolare queste tecnologie, la soluzione non è inseguire, ma anticipare gli interventi al momento della progettazione, quando vengono acquistate dagli stati». Le regole devono venire prima delle guerre per preparare la pace che deve arrivare dopo le guerre.