Articolo scritto il 14 settembre 2025 e poi pubblicato dal Sole 24 Ore
I mega miliardari che controllano le Big Tech riescono dove nessuno arriva. Anche quando mettono d’accordo la sinistra radicale e la destra estrema, in America e in Europa. In effetti, sulla scorta di un’idea dell’economista ginevrino Cédric Durand, sono definiti “tecnofeudatari” da un intellettuale di sinistra come Yanis Varoufakis, l’ex ministro dell’economia greco che si è opposto al neoliberismo burocratico imposto al suo paese dalla Germania di Angela Merkel; ma li definisce con la stessa parola Steve Bannon, ex capo delle strategie della prima amministrazione di Donald Trump e ideologo del movimento Make America Great Again.
Gli oppositori dei tecnomiliardari non fanno distinzioni: per loro Elon Musk, di Tesla, e Tim Cook, di Apple, sono la stessa cosa. Come lo sono Jeff Bezos di Amazon e Mark Zuckerberg di Meta. Sono tutti accusati di avere conquistato posizioni di monopolio, di vivere di rendite e di abusare delle loro posizioni dominanti per sviluppare strategie che in prospettiva fanno soffrire la gente comune: dall’intelligenza artificiale che porta via il lavoro ai chip nel cervello che rendono tutti schiavi. Al centro degli schieramenti politici i giudizi sono più ambigui: non mancano i tentativi di sottomettere le Big Tech alle regole antitrust, in Europa come in America, ma niente sembra scalfire davvero l’oligarchia digitale. Del resto, le lobby delle Big Tech sono efficientissime. Sicché, in fin dei conti, i leader americani le difendono e quelli europei le subiscono.
Il punto è che la ricchezza dei tecnomiliardari è tracimata dall’economia alla politica. È diventata un nuovo genere di potere che in qualche modo tenta di sostituire con strutture private le più diverse dimensioni della vita sociale che tradizionalmente erano affidate alla politica. Possono farlo proprio per le caratteristiche delle BigTech: sono infrastrutture essenziali per la vita sociale, sono controllate da poche gigantesche aziende, generano liquidità immense e si sviluppano in assenza di regole. O combattendo chi tenta di introdurre regole.
Questo potere può anche essere stato un effetto collaterale delle attività imprenditoriali, ma persone come Peter Thiel e Marc Andreessen hanno alimentato nei colleghi tecnocapitalisti la consapevolezza del valore politico di quello che hanno costruito. Peter Thiel, in effetti, incarna il carattere di questi mega ricchi, anche se lo fa in modo mediaticamente meno appariscente, ideologicamente più consapevole, culturalmente più sofisticato, programmaticamente più radicale, spudoratamente esplicito nella difesa degli interessi dei tecnocapitalisti.
Il suo pensiero serve a tutti per tralasciare ogni remora rispetto all’obiettivo di conquistare un monopolio. La sua ideologia indirizza i colleghi ad appropriarsi delle funzioni pubbliche, dalla gestione della moneta, alla conquista dello spazio, all’imposizione di tasse sul commercio che si svolge sulle loro piattaforme. Adotta i suggerimenti di Ayn Rand, scrittrice centrale nell’immaginario di Thiel, peraltro ricco di suggestioni letterarie, filosofiche, religiose: non si tira indietro, Thiel, se deve parlare di Apocalisse; per le sue aziende sceglie volentieri nomi tratti dalle opere di John Tolkien; usa il pensiero di René Girard per esaltare il ruolo dell’imprenditore come colui che concentra su di sé il biasimo della società, messa in difficoltà dalle sue innovazioni, mentre è il motore del progresso, salvifico, per quella stessa società.
Thiel sembra destinato a sintetizzare i tratti politici dei tecnocapitalisti. Questi non si definiscono in relazione ai partiti. Casomai li usano. Con convinzione, come Thiel, strumentalmente, come Mark Zuckerberg, opponendosi come Reid Hoffman, fondatore di Linkedin, oppure facendo alternativamente tutte queste cose, come Elon Musk. Perché i mega capitalisti della tecnologia hanno una volontà precisa: fare sempre più soldi, usarli per mantenere il loro potere, dare una forma al futuro che sia a loro immagine e somiglianza.