Acemoğlu: l’innovazione tecnologica non equivale al progresso sociale

Articolo scritto il 12 maggio 2025 e poi pubblicato sul Sole 24 Ore


La teoria economica considerava il progresso tecnologico come una variabile costantemente positiva che aumentava la produttività, creava nuovi mercati e alimentava lo sviluppo. Ma di fronte a questa una visione tanto parziale e teorica, molti sono sospettosi, perché vedono che in pratica la tecnologia è un’arma a doppio taglio che non sempre avvantaggia tutti e spesso soltanto pochi. E grazie a Daron Acemoğlu, economista dell’MIT e Premio Nobel 2024, ora hanno un quadro scientifico che spiega meglio il rapporto tra innovazione e società. Acemoğlu ha partecipato agli Stati Generali dell’Innovazione, organizzati ieri dal Sole 24 Ore a Parma. E ha spiegato le sue scoperte con la chiarezza e la gentilezza dei grandi intellettuali. 

«Il progresso sociale non è un risultato automatico dell’innovazione tecnologica. È una proprietà che emerge da un sistema complesso. Del quale fanno parte anche i valori dei progettisti e le linee strategiche decise dalle istituzioni». La prospettiva nella quale operano le aziende che fanno innovazione è definita dalle istituzioni, insomma. Per spiegare la situazione non è corretto accettare il luogo comune secondo il quale la tecnologia va veloce e la legge insegue: in realtà, la tecnologia si sviluppa nel quadro normativo e istituzionale esistente. E dunque se vogliamo che il progresso segua una direzione che vada a vantaggio della società servono istituzioni adeguate. 

Il punto è che questo momento storico non è semplice da interpretare, vista la discussione che allontana gli Stati Uniti dall’Unione Europea. «Per l’Europa è un’opportunità. Conquistare un’autonomia tecnologica, ormai, non è solo una speranza ma anche una necessità». Il successo di questa operazione parte anche da un potenziale cambio di narrativa sull’intelligenza artificiale. «C’è un piccolo numero di grandi aziende americane che interpreta l’AI come una tecnologia che arriva all’intelligenza artificiale generale, capace di fare tutto ciò che fanno gli umani. Ma ci sono anche altre narrative. In quella europea ci sono intelligenze artificiali specializzate, verticali, più affidabili e meno costose, applicabili più velocemente». Si tratta di una narrativa più adatta al sistema industriale e normativo europeo. Che però deve affrontare l’incertezza della trattiva con gli Stati Uniti. Difficile interpretare quello che davvero vogliono gli americani. «Non lo sa bene neppure Donald Trump» scherza Acemoğlu «l’importante è che l’Europa vada unita alla trattativa».

Una delle opportunità del momento, come proposto dalle presidenze della Francia e della Commissione europea, è quella di attirare in Europa gli scienziati che negli Stati Uniti si trovano in difficoltà a causa della nuova dell’amministrazione Trump. «È una buona idea. Ma per essere più attraenti le università europee devono diventare meno burocratiche, più aperte alle nuove idee, più dotate di risorse economiche». Non è soltanto un tema di salari degli scienziati ma anche di contesto operativo nel quale si può sviluppare la ricerca.