Giorgio Metta: il 2100 non è lontano

Il futuro non è un racconto che serve a vendere azioni in borsa a un prezzo più alto. E non è il pilastro di un’ideologia o un sistema di potere. È sicuramente un terreno di indagine. Da affrontare con la disciplina necessaria a immaginare in modo documentato e ragionevole le conseguenze di quanto si fa e si pensa nel presente e si è fatto e pensato nel passato. Un futuro non esiste. Esistono diversi futuri possibili. E sono proiezioni costruite su teorie, esperienza, narrative: il loro scopo non è quello di imporre una visione del mondo agli altri ma di indagare con gli altri quelle che possono essere le traiettorie comuni. Per prepararsi.

Il libro di Giorgio Metta è prezioso. Per le ricchissime informazioni che offre e per l’approccio al futuro che suggerisce. Giorgio Metta non teme il futuro. Sta contribuendo a costruirlo, con la scienza e la tecnologia, come direttore dell’IIT di Genova. Non ha neppure fretta. Perché sa come funzionano le cose. E condivide questa sua esperienza di scienziato in: “Inventare il futuro. Come vivremo nel 2100” (Mondadori 2026). 

Metta racconta come le tecnologie emergano in un ecosistema complesso di scienze convergenti, immaginazione, regole, culture. Nella sua visione del mondo, quelle che i venditori di soluzioni chiamano rivoluzioni, sono conseguenze di scoperte scientifiche che prima di conquistarsi un posto di valore nella tecnologia devono essere comprese e adottate. In realtà, sebbene le grandi tappe del progresso tecnologico siano importanti, ancora più importante è la dinamica di fondo, di durata più lunga e di prospettiva più costruttiva, che è l’evoluzione. E quindi per lui il 2100 non è poi così lontano e non fa paura: è diverso dalla contemporaneità, ma anche perché gli umani avranno risolto molti problemi che li preoccupano attualmente. A partire dalla salute del pianeta, delle specie viventi e delle persone. Il lavoro non mancherà, e sarà il più delle volte un’attività creativa. L’energia andrà recuperata, dice Metta, con le soluzioni rinnovabili e anche – purtroppo – riconsiderando il nucleare per superare la fase attuale, in vista dello sviluppo della fusione, alla quale crede si arriverà.

Le scienze e le tecnologie convergenti, intelligenza artificiale, neuroscienza, biotecnologia, nanotecnologia, sono il fondamento dell’indagine dell’IIT e, insieme, sono strutture disciplinari molto promettenti per lo sviluppo della conoscenza e della tecnologia. In effetti, è dalla combinazione dei percorsi di scoperta di queste scienze che si formano le idee con le quali si potrà rispondere all’esigenza di rendere sostenibile il modello di sviluppo, abbattere le emissioni di CO2 e metano, degradare battericamente le plastiche derivate dal petrolio e sostituirle con plastiche organiche, avviare grandi innovazioni nella medicina personalizzata, nel superamento dei grandi crescenti disturbi neurologici, nel miglioramento del monitoraggio dell’ambiente, nella produttività nello svolgimento di funzioni che gli umani non svolgono al meglio, ricorrendo a una fioritura meravigliosa di robot di varie forme ispirate alla natura, compresi ovviamente gli umanoidi.

Metta non si sofferma troppo sulle complicazioni socio-tecniche dell’adozione delle soluzioni che racconta entrando in affascinanti particolari scientifici ma senza mai esagerare in un linguaggio difficile da comprendere per la gran parte della cittadinanza. Il suo ragionamento si allunga sui prossimi 75 anni e quindi non si incaglia nelle difficoltà di adozione delle tecnologie, nelle microconflittualità che probabilmente genereranno, nella potenziale opposizione a certi tipi di cura che si prestino a polemiche pregiudiziali, nella difficoltà normativa di gestire le responsabilità dei robot e dell’intelligenza artificiale. Anche perché quelle che racconta sono soluzioni, di solito, tutt’altro che controverse. Sono piuttosto progettate per servire all’umanità fin dalla concezione iniziale. Non sono strumenti di potere che rischiano di comprimere la libertà e la ricchezza creativa degli umani: anzi, sono disegnate in modo da restare sempre soltanto nella funzione di strumenti tecnici al servizio di chi li usa. È questo il tratto caratteristico di un racconto del futuro che viene da uno scienziato: il possibile è più largo e affascinante del conosciuto, ma non si esplora con la magina oscura, perché il percorso della conoscenza è trasparente.

Come si dice: la tecnologia non è né buona né cattiva ma soprattutto non è neutrale. Non solo perché può essere usata per scopi diversi. Ma soprattutto perché è il frutto dei valori di chi la costruisce. 

Foto elaborare con AI