Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Fine agosto per Wikileaks

Oggi è uscito questo pezzo sul Sole, dopo molte polemiche sulla questione della trasparenza di Wikileaks. Da notare la notizia uscita da Nexa: su Cryptome è stata pubblicata una mail di una persona apparentemente in grado di parlare a nome della Wau Holland Foundation, che sostiene Wikileaks, secondo la quale quella fondazione pubblicherà una rendicontazione precisa dei suoi finanziamenti entro fine agosto.

«Sei
il padrone delle tue parole. E ne sei responsabile». Niente anonimato
su The Well: era la regola decisa dal fondatore Steward Brand. Biologo a
Stanford, affascinato dalla cultura dei nativi americani, promotore del
Whole Earth Catalogue, la rivista cult dei ragazzi, un po’ hippie, che
andavano a vivere nelle comuni rurali, Steward Brand è stato anche un
pioniere delle conversazioni in rete. Era il 1985 quando nacque The
Well, il primo e per anni il più influente luogo di discussione online
del mondo. Il concetto stesso di "comunità virtuale" fu coniato su The
Well da Howard Rheingold, grande interprete della rete. Partecipavano
alle discussioni autori come Kevin Kelly, poi direttore di Wired, e John
Perry Barlow, autore dei Grateful Dead e poi fondatore della Electronic
Frontier Foundation. Intellettuali che venivano dalla controcultura
degli anni Sessanta, spinti da un’utopia libertaria, vedevano nelle
conversazioni in rete la possibilità per contribuire all’informazione. E
decisero che non sarebbe stata anonima. Per garantirne la qualità.
Attraverso la trasparenza e la responsabilità individuale.


Mentre
a Sausalito, California, nasceva The Well, Mark Zuckerberg, oggi leader
di Facebook, aveva meno di un anno. Sergey Brin e Larry Page, i
fondatori di Google, avevano 12 anni. E Julian Assange, capo di
Wikileaks, aveva 14 anni. Molti loro attuali utilizzatori non erano
nati. Il mito fondativo, utopistico e dunque intellettualmente
disciplinato, della rete sarebbe stato un caposaldo più o meno
consapevole della loro cultura. Mescolato con infiniti altri pensieri,
pratiche e concetti che la rete avrebbe portato alla luce, il tema della
trasparenza dell’informazione sarebbe restato uno dei motivi della loro
azione imprenditoriale e culturale.

Ma
poiché nella rete, come nella società, la logica della complessità
prevale sulla linearità delle affermazioni di principio, la trasparenza
ha finito per andare talvolta in conflitto con altri principi. Google e
Facebook hanno più volte richiamato il principio della trasparenza per
rintuzzare le accuse mosse loro dai difensori della privacy. Assange –
che con Wikileaks consente di pubblicare documenti riservati in nome
della trasparenza – è stato accusato di non essere trasparente nei modi
con i quali la sua organizzazione si finanzia. Il Wall Street Journal ha
affrontato la vicenda e approfondito un dibattito, di cui da vari mesi
già il Sole 24 Ore discute le tesi. Ne sono scaturite polemiche ma anche
discussioni costruttive. Come quella che si è sviluppata tra i
partecipanti alla mailing-list di Nexa, il centro di ricerca su internet
e la società del Politecnico di Torino. Proprio da loro è giunta una
notizia: su un altro servizio di pubblicazione di documenti riservati,
Cryptome, è emerso che la Wau Holland Foundation, che sostiene
Wikileaks, pubblicherà una rendicontazione precisa dei suoi
finanziamenti entro fine agosto.

Questo
non porrà fine alle polemiche, soprattutto se si continueranno a
confondere i diversi piani della discussione: il sistema
dell’informazione, i conflitti di potere, le questioni di principio.


Carmelo
Fontana, giurista, ricercatore a Stanford e imprenditore, su Nexa, ha
invitato a distinguere tra la trasparenza necessaria per sapere chi
finanzia un giornale e chi un sito come Wikileaks che registra solo
documenti. In effetti, il caso della pubblicazione dei documenti sulla
guerra in Afghanistan ha dimostrato che nel sistema dell’informazione si
giocano diversi ruoli. I giornali – in quel caso New York Times,
Guardian e Der Spiegel – hanno le persone di esperienza necessarie a
verificare le notizie e a raccontarle nel modo più fruibile per il
pubblico. La loro funzione è strategica per la qualità dell’informazione
e i loro metodi di lavoro, proprietà e autori sono e devono essere
pienamente trasparenti. Le fonti che hanno voluto rendere noti quei
documenti riservati, invece, vogliono restare anonime. Wikileaks difende
il loro anonimato dal punto di vista tecnico e organizzativo. La
piattaforma infatti garantisce la trasmissione crittografata di
documenti a un piccolo gruppo, molto riservato, di collaboratori che non
vuole conoscere la fonte. A quel punto, poiché, come ha spiegato
Assange, anche al Sole 24 Ore, Wikileaks può fare solo una verifica
sommaria dell’autenticità dei documenti, ha pensato che per una
pubblicazione di questa delicatezza era meglio coinvolgere i giornali.
Il risultato è stato discusso nel merito abbondamentemente. Il metodo è
stato innovativo. Il problema è stato risolto con una scelta pragmatica e
con la collaborazione tra i diversi giocatori del sistema
dell’informazione.

La
discussione è più ampia e complicata se si va alla dimensione del
conflitto di potere. Non mancano i governi che tentano di regolamentare
la rete, come notava sempre su Nexa Stefano Quintarelli, imprenditore
della rete. Ma, insieme a Guido Scorza, avvocato, da tempo osserva
quanto sia difficile per politici che non conoscono le dinamiche della
rete, intervenire efficacemente. Sicché chi agisce in rete può subirne
le conseguenze o approfittarne. Wikileaks, da questo punto di vista, si
trova in una sorta di terra di mezzo: combatte per la trasparenza dei
governi pubblicando documenti riservati; e logicamente è quindi
combattuta da chi vuole che quei documenti riservati restino tali.
Servizi segreti, servizi di sicurezza delle aziende, governi. Non per
niente Assange si muove e si guarda intorno come se temesse sempre di
essere seguito da qualche avversario nascosto nell’ombra. E non per
niente alcuni dei suoi finanziatori non vogliono comparire in pubblico.
Ma per avere più finanziamenti e combattere meglio la sua battaglia
Wikileaks deve accrescere la sua notorietà. E man mano che diventa più
nota si confronta con le regole. Come notava il professor Arturo Di
Corinto, sempre su Nexa, Wikileaks è finanziata dalla tedesca Wau
Holland Foundation, è registrata come testata giornalistica in Svezia, è
una biblioteca in Australia, è una fondazione in Francia e una charity
in Usa. Si destreggia. Ma in modo sempre più complicato.

Questo
la espone a qualche discussione, appunto, sui princìpi. Che in rete
peraltro si risolvono più con la pratica che con la teoria. È il
suggerimento, per esempio, di Lawrence Lessig, avvocato, uno dei grandi
eroi della cultura internettiana, che ha scritto su The New Republic un
articolo problematico sul principio della trasparenza assoluta. In
realtà, la storia della rete sembra scritta piuttosto da un insieme di
azioni, utopie, conflitti, errori e invenzioni. Nel quale giocano un
ruolo importante le regole che le persone si danno autonomamente. Come
testimonia l’esperienza di Stewart Brand: la qualità dell’informazione
discende dalla responsabilità di chi la produce.


Avevo scritto un paio di post in materia il 25 agosto e il 27 agosto. Il 27 luglio avevo pubblicato un pezzo sul Sole, giusto dopo la pubblicazione dei documenti sull'Afghanistan. Lo riporto qui sotto


Fuochi
d'artificio, ieri, per l'informazione sulla guerra in Afghanistan. War
logs: emozioni simili, per chi le ricorda, a quelle generate dai
documenti del Pentagono sul Vietnam pubblicati nel 1971 dal New York
Times. Che mutarono drasticamente l'opinione pubblica americana.

Certo,
da allora molto è cambiato nel sistema dei media. L'ascesa del potere
della televisione, con le guerre in diretta e i reportage dei
giornalisti "embedded". La migrazione in corso dei giornali tradizionali
verso i new media. E la crescita impetuosa delle piattaforme che
consentono la partecipazione del pubblico alla generazione di
informazione su internet.

Cambiamenti
che non hanno risolto i dubbi e le preoccupazioni sulla qualità
dell'informazione disponibile. La vicenda dei War Logs, però, dimostra
che molto altro può ancora cambiare. E, perché no?, in meglio.

A
partire dal ruolo dei quotidiani tradizionali che sappiano aprirsi alla
sperimentazione e all'innovazione. Perché il trattamento delle notizie
emerse ieri mostra che i giornali non sono la loro carta, ma la qualità
delle loro redazioni. E se potranno riemergere non sarà per un miracolo
tecnologico, ma per il valore della loro esperienza nella ricerca dei
fatti.

«Noi
facciamo i nostri controlli prima di pubblicare un documento», ha
spiegato al Sole 24 Ore Julian Assange, fondatore di Wikileaks,
l'organizzazione non profit che da tre anni consente a chi lo voglia di
rendere pubblici online i documenti riservati e di mantenere
l'anonimato.«Noi possiamo cercare di capire se i documenti sono
autentici».

Ma
per verificare il merito delle informazioni, i volontari di Assange non
bastano. Sicché, quando una "gola profonda" ha fatto arrivare a
Wikileaks i 92mila documenti sulle morti secretate di civili nel corso
di azioni militari in Afghanistan, sull'ambiguità del Pakistan, sulle
enormi difficoltà della guerra, Assange ha deciso di condividerli con
New York Times, Der Spiegel e Guardian.

E
le redazioni dei tre giornali hanno lavorato per settimane, proprio per
controllare le informazioni. Ritrovando un ruolo essenziale e
dimostrando che, di fronte alla ricerca dei fatti, i giornali e le
piattaforme nate per il web possono essere simbiotiche: internet apre
enormi varchi in qualunque sistema di secretazione delle informazioni,
mentre le redazioni dei giornali possono portare metodo, esperienza e
qualità.

Un
paese che abbia motivo di temere l'espansione delle zone d'ombra e di
segreto sulla vita pubblica può contare sul fatto che le piattaforme
come Wikileaks saranno una spina nel fianco, mentre i giornali
indipendenti avranno sempre nuovi strumenti per raccontare i fatti. E il
pubblico che li vorrà conoscere avrà soddisfazione.