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Lettere sull’innovazione. Fintech di servizio

Caro De Biase
Tecnologia e processi digitali hanno le carte in regola per cambiare il modo in cui si fa finanza. La velocità con la quale l’innovazione si propone in tutti i segmenti dell’operatività finanziaria sorprende e consente di immaginare un futuro diverso; ma può creare anche disagio in chi non vuole o non può aprirsi al cambiamento.
Il presente ed il futuro non sono fatti per chi si sente a disagio. È un’evoluzione naturale, e per chi non è pronto la via è solo l’estinzione. Non parlo chiaramente di persone, bensì di realtà economiche ed imprenditoriali.
Il Fintech in questo senso può far paura. Anche a chi è pronto ad abbracciare il cambiamento. Ma cos’è il Fintech? Con Ambrosetti, nostro partner nel percorso “Fintechnology Forum”, l’abbiamo definito come “la possibile disruption del sistema bancario e finanziario grazie all’utilizzo di strumenti tecnologici innovativi”. Un insieme completo di soluzioni sulle quali il sistema economico, il regolatore e il legislatore, gli imprenditori del settore, e certo anche i tecnologi, sono chiamati a riflettere per capire dove andare, con quali strumenti, in quali ambiti normativi. Si tratta, in una gestione coerente e legittima, di una grande opportunità per il cliente e per le banche, quantomeno per quelle che capiscono la necessità di evolvere subito.
L’innovazione nel settore bancario è diventata centrale e permea ogni attività. Il fatto è che deve esistere un Fintech dentro la banca; che genera “cose nuove” per i clienti e che impatta sul modo di lavorare, per esempio rendendo progressivamente più superfluo il numero già elevato di sportelli bancari o di device, con conseguenze enormi sugli addetti, anche se sane per l’economia nel suo insieme.
C’è poi un Fintech che si sviluppa fuori dalla banca. Un’onda innovativa di cambiamento nel modo di fare attività che un tempo erano di esclusiva competenza degli istituti di credito e che oggi trova libero spazio di sviluppo in assenza dei vincoli, soprattutto regolamentari, che nell’ambiente banca ne paralizzerebbero le speranze.
Vi sono, però, dei nervi scoperti. I dati, ad esempio. L’utilizzo massivo di dati per ottenere informazioni sui clienti che richiedono finanziamenti è un’ottima cosa. Un’attività che credo possa essere svolta meglio dentro un istituto di credito, che ha accesso ai dati per definizione. La differenza sta nel “metterci la faccia” davanti al cliente che vuole investire. Il rendimento è certo più basso, ma il rischio cui altrimenti il cliente si espone è proporzionalmente più alto.
La tecnologia è un ottimo acceleratore e, se il modello di distribuzione del credito del peer-to-peer funziona, le banche devono svilupparselo in casa, recependo stimoli e contaminazioni dai player innovativi Fintech che per natura devono pensare e vivere all’esterno della banca.
Continuare ad essere banca domani e riuscire ad innovare metodi e processi del sistema finanziario tradizionale sono le vere sfide che non tanto i regolatori quanto i nostri clienti ci chiedono. E’ un dovere, per tutti gli operatori del sistema bancario, saper cogliere queste sfide.
Giovanni Bossi
Amministratore Delegato di Banca IFIS

Caro Bossi
La finanza è un abilitatore fondamentale. E ha enorme bisogno di innovare sé stessa. Se lo fa ripensando al suo scopo originario, quello di rendere possibile l’innovazione altrui, diventa un acceleratore dei fenomeni dei quali c’è maggiore bisogno. Può riuscire pensando alla tecnica, ma soprattutto alla strategia di sistema.

Caro De Biase
Quando si parla di lavoro, l’innovazione (ma è meglio parlare di “proiezione verso il futuro”, espressione che lascia più margine all’incertezza) sta tutta nel “cosa” si fa. È invece importante, quando si parla del lavoro del futuro, lasciare spazio anche alla riflessione su come il percorso lavorativo venga costruito oggi. Si è spesa molta attenzione alla psicologia della Generazione Y e dei Millennials, ma quanti di loro siano stati assorbiti dal mercato del lavoro tradizionale (sia nella sua versione della stabilità che in quella del precariato) non producono alcuna narrazione, appunto, sul “come”, cioè sul processo di costruzione della propria carriera; chi invece abbia fatti propri – più o meno consapevolmente – i principi del Life Design rimane nell’area di uno scotoma. Gli ex giovani della Generazione Y sono cresciuti, i Millennials stanno crescendo, molti di questi lavorano e si costruiscono una carriera al di fuori dei percorsi codificati, tradizionali; tracciano nuovi solchi culturali in un mercato del lavoro che, a sentire le narrazioni mainstream, sembra solo immobile ed esclusivo.
Armando Toscano

Rubrica pubblicata sul Sole 24 Ore il 28 ottobre 2017