Il senso della notizia

Emozioni. Opinioni. Notizie. «Terremoto», esclama Xeni Jardin, di Los Angeles, su Twitter, nel pomeriggio di venerdì 1° maggio. A pochi minuti dal sisma l’informazione è online. Immediata. I brevi messaggi, densi di paura, si moltiplicano. Come era successo, tre settimane prima, nel momento della tragedia in Abruzzo. In poco tempo arrivano alcune agenzie giornalistiche, ormai anche su Twitter, come BreakingNews. Intanto, 141 persone dànno la segnalazione e linkano la pagina della Us Geological Survey che pubblica i dati tecnici sul terremoto. La Nbc, in poche ore, organizza una pagina sul suo sito per raccogliere le impressioni che vengono dai cittadini. Le emozioni si trasformano in notizie. In un caso relativamente lineare come questo, se non un ordine, emerge una sorta di divisione dei compiti: il passaparola e i media tradizionali si uniscono in un unico grande ecosistema dell’informazione.

Ma è sempre così? Tutt’altro. I problemi si moltiplicano. Gli editori lamentano una crisi forte del business dei giornali tradizionali. Gli autori, in molti casi penalizzati, cercano opportunità. Il pubblico si muove veloce e scostante tra diverse alternative. Le piattaforme tecnologiche non cessano di innovare e cambiare lo scenario. La pubblicità esplora nuove soluzioni. Si cerca urgentemente un modo per generare senso nel caotico contesto della grande trasformazione mediatica. Come contribuiscono gli attori di questa trasformazione?

Tra il pubblico attivo su internet e il giornalismo professionale, i rapporti stanno cambiando. Ma non abbastanza velocemente. E infatti i problemi crescono. L’ultimo rapporto della Freedom House sulla libertà di informazione nel mondo – quello che ha declassato anche l’Italia da "libera" a "parzialmente libera" – segnala che da anni si assiste a un peggioramento della capacità di generare informazione, nonostante il boom della rete dove peraltro si vedono le sole novità che allargano gli spazi di libertà. È chiaro che il sistema dell’informazione tradizionale sta imparando a tener conto di quello che avviene online. Ma, è ancora più chiaro, deve accelerare la curva di apprendimento.

Perché il cambiamento è velocissimo. E il suo senso è tutto da decifrare. Centinaia di milioni di persone nel mondo usano Twitter, Facebook, i blog e molti altri strumenti, ma non necessariamente per fare informazione: ci fanno strettamente quello che vogliono. Scrivono 900mila post sui loro blog al giorno, dice Technorati. Mandano 7 milioni di messaggi su Twitter al giorno, registra Popacular. Caricano 13 ore di video su YouTube al minuto. A Facebook segnalano che i loro 200 milioni di iscritti passano 3,5 miliardi di minuti al giorno sulla loro piattaforma. Spesso è per chiacchierare del più e del meno. Se si stufano lasciano perdere: la Nielsen segnala che più di metà dei nuovi sottoscrittori di Twitter abbandona lo strumento entro un mese. Ma se ne hanno voglia e ritengono che ne valga la pena, possono dare notizie: testi, foto, video; che diventano sensazioni, giudizi, pregiudizi, oppure fatti verificabili e raccontati in diretta. In ogni caso, trovano un pubblico potenzialmente pronto a recepirle, criticarle o rilanciarle. Un pubblico vasto e crescente anche se tendenzialmente diviso in aree culturali distinte: gli amici, le comunità di interessi, i gruppi di opinione. Il passaparola online è un medium potente e i giornali professionali hanno imparato a rilanciare quello che il pubblico attivo trasmette. Intanto, si destreggiano tra le notizie pubblicate online da molte loro fonti tradizionali: le Borse, le aziende, le banche, le organizzazioni non governative, i partiti, i governi, le istituzioni, le squadre di calcio, le persone dello spettacolo. Che usano il web per comunicare direttamente col pubblico. I giornali tradizionali potrebbero sentirsi spiazzati. E in parte lo sono.

Il lamento che giunge dall’editoria tradizionale è un coro incessante. Ma il pubblico non sembra interessato. Se può valere come indizio, si può osservare un dato su Google Trends: dal 2004 a oggi il pubblico ha cercato sempre meno la parola "newspapers" mentre i giornali l’hanno usata sempre di più nei loro articoli. Il primo dato è quasi dimezzato, il secondo quasi raddoppiato. Che significa? Che forse la crisi dei giornali interessa più ai giornali stessi che al pubblico. La riduzione delle copie dei giornali di carta è un dato di fatto in quasi tutti i Paesi occidentali. Anche in Italia, dove si è passati da 6 milioni di copie al giorno di cinque anni fa ai 5,3 milioni attuali. Come conseguenza si decidono prepensionamenti e altre forme di riduzione del personale giornalistico, tagli delle foliazioni, tagli pesanti dei compensi ai collaboratori. Quasi nessun giornale è esente. Ma il pubblico – specialmente giovanile – segue il suo percorso: dedica sempre più tempo all’informazione che condivide nei social media e sempre meno all’informazione tradizionale.

La consapevolezza dei rischi connessi a questa tendenza sembra crescere. Molte istituzioni non profit stanno raccogliendo denaro per finanziare giornalismo d’inchiesta, ad esempio per ProPublica o per le iniziative del Center for media change, come Spot.us, dimostrando che un pubblico sostenitore esiste. Perché in fondo la questione per il pubblico non è salvare i giornali: ma avere un giornalismo migliore.
Per gli autori il problema è districarsi tra le opportunità che si chiudono e quelle che si aprono. Per gli editori tradizionali, il problema è convincere il pubblico che una migliore informazione non ci può essere se non ci sono giornali: ma ci può essere se ci sono giornali migliori. Al momento la situazione è tutt’altro che soddisfacente. Non solo per quanto denunciato da Freedom House. E non solo per i guai economici che spingono per esempio il finanziere lungimirante Warren Buffett a evitare di investire nei giornali. Ma soprattutto perché mentre cresce la quantità di notizie, sembra diminuire la capacità di leggerne il senso. Eppure proprio questa è la grande opportunità di un giornalismo professionale rinnovato.

Superata la vecchia contrapposizione tra media nuovi e tradizionali, una sorta di nuova ecologia dell’informazione sta emergendo. È basata su una relazione simbiotica tra le persone che partecipano ai media sociali e i professionisti. La quantità di notizie che emerge dall’insieme caotico dei media non è eccessiva: ha bisogno di nuovi filtri, come suggerisce Clay Shirky. Filtri automatici: strumenti strategici di knowledge management distribuito, come il motore di selezione delle notizie predittivo e personalizzato che arriverà con l’annunciata nuova versione di Google News, o come i vari aggregatori di Twitter, tipo Exectweets che mostra tutte le micronotizie postate direttamente dai capiazienda. E soprattutto filtri culturali, umani, quelli degli autori e degli editori avvertiti: i soli che non si limitano alla selezione e possono candidarsi ad aggiungere senso, collegamenti, interpretazione. Purché seguano un metodo limpido e trovino fatti verificabili. I modelli di business seguiranno, non anticiperanno questa evoluzione. Che parte dalla sperimentazione, l’approfondimento metodologico, la trasparenza interpretativa. Sicché i giornali diventano più simili a centri di ricerca.

L’ecosistema dell’informazione è sempre più complesso. I vecchi e i nuovi media rischiano ogni giorno di manipolare ambiguamente la realtà. Se i mediatori tradizionali possono essere caduti nella tentazione di collaborare con il potere, invece di controllarlo, le reti del pubblico attivo rischiano di favorire le tentazioni populiste. I mediatori potrebbero essere il contrappeso ai poteri che tentano di saltare quella che un tempo si chiamava opinione pubblica. Ma sarà il pubblico attivo a spingere i mediatori a recuperare il senso del loro servizio. La collaborazione tra i giornali e il pubblico attivo è un’opportunità per sviluppare un ecosistema dell’informazione equilibrato. Il presente
è solo qualche passo prima
delle sue conseguenze: la cronaca anche.

  • Eleonora |

    Sul rapporto fra giornali e media conversazionali, segnalo anche questo articolo sull’Economist,
    The rebirt of news – The internet is killing newspapers and giving birth to a new sort of news business
    http://www.economist.com/opinion/displaystory.cfm?story_id=13649304
    che discute il rapporto fra l’informazione accessibile a pagamento e gratis, fra quella prodotta dalle testate e quella prodotta dalle persone. La chiusura mi sembra molto interessante in cui si dice che non saranno pochi grandi titoli a determiare la storia diuna giornata e la pubblica opinione potrà costruirsi sulla base di voci differenti. Questo da un lato porterà al fatto che per chi non si interessa di politica e di economia sarà più difficile leggerne per caso, mentre chi è più preparato potrà avere migliori strumenti (la traduzione e’ libera). Io vorrei aggiungere che se l’Economist fosse a pagamento non avrei probabilmente letto l’articolo nè potrei condividerlo qui.

  • Marta |

    un articolo che sembra scritto per me e per la mia tesi sulle nuove frontiere del giornalismo, una fotografia del giornalismo e spero una visione del suo futuro percorso.

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