L'interpretazione dei segni

function DoPageLoad() {
window.TimeoutId = setTimeout('');
parent.TIME_doc_load_full = new Date().getTime();
}

Progettiamo la forma
dei nostri edifici, ma poi sono gli edifici a modellare la nostra vita. Poco
importa che l’abbia detto proprio Winston Churchill. Forse, peraltro, vale anche
il viceversa. E non solo per l’architettura: si può sostenere pure per la
medicina, per la robotica, per i social network o per le enciclopedie. Ammettere
la complessità dei fenomeni non vuol dire rendersi la vita difficile: piuttosto
si vive male lontano dalla realtà, accoccolati nel realismo lineare delle
relazioni causa-effetto. Un motore di ricerca non ci rende stupidi più del gioco
dei pacchi televisivi. O dei pacchi finanziari. O dei pacchetti donati su
Facebook. Il difficile è pensare bene, in un’epoca di cattivi pensieri. E non è
certo colpa del fatto che sulla rete ci sono troppe informazioni: casomai
abbiamo filtri insufficienti a gestirle. Come se sullo schermo di un pilota
d’aereo che atterra nella nebbia ci fossero interruzioni pubblicitarie, chiamate
degli amici, racconti di fantascienza e scariche elettriche incontrollate.
Nel caos dei
segni, i fatti sono tracce solo se sappiamo che cosa stiamo cercando. Solo
allora tentiamo di imparare a interpretarli. Per distinguere, ad esempio, le
innovazioni destinate all’oblio da quelle che possono generare un cambiamento di
lungo periodo. Per convivere con i timori e le speranze. Come stiamo
trasformando il pianeta? Che cosa stiamo diventando noi esseri umani? Quale
prospettiva di progresso possiamo coltivare?
Sui monitor del futuro ci sono ancora le angosce
di Bill Joy, ragionevolissimo scienziato dei computer, che nell’aprile del 2000,
su Wired, si domandava se robotica, genetica, nanotecnologia, elettronica e
intelligenza artificiale non stessero creando le condizioni per l’emergere di
una nuova specie, più adatta di quella umana a sopravvivere nel percorso
evolutivo. Non è impensabile: qualche decina di migliaia di anni fa, sulla Terra
coesistevano l’homo sapiens e l’uomo di Neandertal. Joel Garreau, autore di
Radical Evolution, ha intervistato i responsabili dei laboratori di Darpa,
agenzia delle ricerche avanzate della Difesa degli Stati Uniti, incaricati di
progettare con le biotecnologie e le neuroscienze il soldato del futuro, capace
di performance fisiche e mentali sovrumane. I fondi per quelle ricerche sono
stati ridotti ultimamente, ma secondo un’inchiesta di World Politics Review la
Darpa sta ancora lavorando a «trasformare i soldati cellula per cellula». Per
l’antropologo Alberto Salza, invece, il laboratorio dei replicanti è altrove:
«Ad Aroma Beach, nelle Filippine, l’inquinamento del mare, delle sabbie e
dell’aria è intollerabile per l’organismo umano. E, in quei posti, ci vanno solo
i poveri». Ma che cosa succede al patrimonio genetico delle persone che si
trovano a vivere vicino alle discariche radioattive della Somalia o nei campi
profughi del Sudan, super-esposti ai raggi ultravioletti? Salza, autore di
Niente, come si vive quando manca tutto, osserva che i posti più tossici sono
abitati dai più poveri, proprio coloro che generano più figli e che vivono
all’estremo la lotta per la sopravvivenza. Per questo Salza, ex fisico, oggi
antropologo, suggerisce che: «I miserabili sono i mutanti».
Ipotesi o fantasie? Un fatto è certo:
l’evoluzione della specie umana è avvenuta per via genetica, sociale e
culturale: non solo il corpo, ma anche e, forse più efficacemente,
l’organizzazione dei gruppi e dei saperi sono elementi mutanti attraverso i
quali l’umanità è sopravvissuta e si è sviluppata. E anche in questo ambito
evolviamo, con l’entrata in gioco delle macchine per la comunicazione e
l’archiviazione digitale. Progettiamo quelle macchine, poi quelle macchine ci
cambiano. In che modo?
Domande che servono per dedicare maggiore
attenzione a ciò che stiamo facendo, al pianeta e a noi stessi. È un modo per
non subire l’idea che il fato sia l’unico comandante possibile della navicella
spaziale che abitiamo.
Perché il futuro
non è il posto dal quale ci arrivano le novità. È l’insieme delle conseguenze
delle nostre azioni nel presente.
Ma qualunque teoria dell’azione è in fondo una
teoria della prospettiva. Scrivono David Lane e Robert Maxfield, studiosi della
complessità: «Ogni azione umana intenzionale è intrinsecamente temporale.
Avviene nel presente, è diretta verso una trasformazione futura di certi aspetti
del contesto presente, e il modo in cui è compiuta dipende dall’esperienza
passata dell’attore. Possiamo pensare all’azione come a un ponte che gli attori
costruiscono nel presente, per collegare il loro passato a un futuro
desiderato».
La prospettiva e
l’azione sono indissolubilmente legate. Perché se il mondo appare come un
labirinto e la visuale è schiacciata sempre solo sul prossimo bivio, prima o poi
ci si perde: come spiegava Umberto Eco ne Il nome della rosa, un labirinto si
risolve pensandolo dall’esterno. O almeno pensando.
 
Questa non è l’epoca della certezza, forse… Ma
di certo è un’epoca nella quale l’approfondimento e la riflessione sul senso di
quello che stiamo facendo ci possono salvare.