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Polarizzazione del lavoro digitale e rischi sociali

Gallup studia quello che pensano le persone. Dalla fondazione, nel 1935, ha potuto rilevare le opinioni di milioni di umani in tutto il mondo e ha sempre scelto i campioni statistici in modo che fossero il più possibile rappresentativi dell’insieme delle società. Le sue conclusioni vanno ascoltate. «Una delle più importanti scoperte di Gallup è che in tutto il mondo, tutti condividono la medesima aspirazione: poter contare su un buon lavoro». Cioè, dice Gallup, un lavoro di almeno trenta ore la settimana pagate regolarmente. Evidentemente è un bisogno primario, fondamentale. E non a caso, tutto questo è ricordato all’esordio del nuovissimo libro di David Blanchflower, economista a Dartmouth, dal titolo che va dritto al punto: “Where have all the good jobs gone?” (Princeton University Press, 2019). In effetti, l’epoca attuale – non solo a causa della gig economy, l’economia dei lavoretti organizzati da piattaforme digitali – sembra poco adatta a soddisfare il bisogno fondamentale segnalato da Gallup, il che rende indispensabile rispondere alla domanda posta dal libro di Blanchflower: dove sono andati a finire i “buoni lavori”? Le preoccupazioni in materia non mancano. La tecnologia è la causa di una sparizione di “buoni lavori”? Oppure lo è la finanza? O la globalizzazione?

Blanchflower non lesina le informazioni e le statistiche che dimostrano come dal 2008 in poi il problema più sentito nel mercato del lavoro è stato la grande diffusione di condizioni di sotto-occupazione. In effetti, dopo il 2008, anno di crisi devastante, la disoccupazione e l’occupazione hanno registrato in generale andamenti positivi, come mostra l’Ocse, anche se i risultati rilevati in alcuni paesi come l’Italia non risultano ancora soddisfacenti. Ma nello stesso periodo, la sotto-occupazione – che i dati su occupazione e disoccupazione non vedono – è cresciuta in modo tale da diffondere un sentimento di insoddisfazione, precarietà, timore e, spesso, rancore. Le statistiche parlano chiaro, dice Blanchflower. Anche in Italia: Swg ha recentemente indagato intorno alla precarietà, trovando che addirittura l’81% degli italiani ha visto una diffusione della precarietà che ha provocato danni enormi: sebbene non manchi chi ritiene che i lavori più flessibili aumentino la libertà di scelta del lavoro e diminuiscano la dipendenza dal datore di lavoro, la maggior parte degli italiani condivide l’idea che la precarietà produce “perdita di identità e dignità delle persone” e “riduzione delle possibilità di futuro”. Il libro di Blanchflower mostra come in molte aree dell’Occidente, la distanza tra la sicurezza ricercata dalla popolazione e le reali possibilità di lavorare bene ha generato vaste sacche di insoddisfazione, sofferenza, autodistruttività.

Ne consegue che il problema non è tanto la “disoccupazione tecnologica”- visto tra l’altro che i paesi che come l’Italia hanno più alti tassi di disoccupazione sono spesso anche tra i peggiori utilizzatori della tecnologia digitale. Ma vale la pena di indagare sul rischio di una “sotto-occupazione tecnologica”, legata probabilmente alla polarizzazione che nel mercato del lavorosi verifica tra chi riesce a cavalcare l’onda dell’innovazione e chi non ha la preparazione per farlo. La risposta in questo caso sarebbe l’investimento in educazione.

Articolo pubblicato su Nòva domenica 16 giugno 2019

Foto da Pixabay