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Antitrust per l’innovazione

Sul finire degli anni Novanta del secolo scorso, la Sun Microsystems era impegnata in una battaglia epocale contro la Microsoft. Il suo capo, Scott McNealy, non perdeva occasione per criticare aspramente le condotte anticompetitive del suo avversario, Bill Gates, il capo della Microsoft. La Sun era un’impresa essenziale per lo sviluppo innovativo dell’industria che andava nascendo su internet. E tra l’altro aveva creato Java, un linguaggio di programmazione per scrivere software capace di girare su qualunque sistema operativo. Magari sfruttando il browser Netscape. Ovviamente tutto questo era un attacco diretto alla Microsoft che con Windows era il monopolista dei sistemi operativi per personal computer e che stava attaccando con ogni mezzo Netscape. Finì che Netscape fu distrutta dalla Microsoft e la Sun uscì dal mercato. Ancora nel pieno della battaglia, in un’intervista con McNealy, chi scrive aveva chiesto se non fosse il caso di chiedere nuove regole antitrust. Quelle che c’erano, in effetti, erano nate nel mondo analogico ed erano pensate per difendere i consumatori da aziende che acquisivano i concorrenti per arrivare a imporre prezzi più elevati: non erano certo fatte per difendere gli innovatori da chi controllava le tecnologie di rete più usate e proprio per questo difficili da sostituire. McNealy aveva risposto decisamente di no. McNealy era un duro, un giocatore di hockey, non voleva apparire come uno che chiede aiuto allo stato. Come molti allora, preferiva la deregolamentazione: era un’epoca in cui l’avanzamento della libertà di mercato si confondeva con l’arretramento dello stato.

L’antitrust europea, guidata da Mario Monti, e persino quella americana intervennero alla fine contro la Microsoft: ma appunto era troppo tardi per salvare gli innovatori della Netscape e della Sun. Forse le autorità riuscirono a mettere qualche bastone tra le ruote alla Microsoft. Ma i veri problemi per Gates e soci arrivarono solo quando il personal computer fu spiazzato dall’evoluzione di internet consentendo a nuove aziende come Google e Amazon di svilupparsi senza che la Microsoft potesse riuscire a bloccarle. Il mondo digitale era diventato più grande e mopolizzare i sistemi operativi per pc non equivaleva più a controllare l’intero settore della tecnologia informatica. L’invenzione dello smartphone da parte della Apple, infine, creò un nuovo ecosistema nel quale i pc erano minoritari. Il digitale, a quel punto, era nelle mani delle piattaforme che organizzavano l’informazione in rete e aggregavano gigantesche quantità di dati.

È toccato all’Europa, ancora una volta, aprire la strada nel contrasto all’eccessivo potere dei giganti informatici. Ha preso di mira di volta in volta Google, Facebook, Apple, Amazon, per motivi legati a temi come l’elusione fiscale, la disattenzione per la privacy, l’infrazione del copyright e, anche, per l’antitrust. Le vittime che le autorità antitrust volevano difendere non erano tanto i consumatori quanto i concorrenti le cui innovazioni venivano soffocate dall’abuso di posizione dominante praticato dai giganti.

Nelle ultime settimane anche le autorità americane hanno dichiarato di voler indagare su queste questioni. Secondo alcuni osservatori, come Tae Kim su Barron’s o Chris Sagers su ProMarket, si tratta di mosse che hanno poche probabilità di incidere davvero. Se finisse con qualche multa, anche salata, i giganti della rete ne uscirebbero persino rafforzati. Qualunque ipotesi di “spezzatino” per ora resta teorica. In Europa si ricorda che Facebook ha acquisito Whatsapp promettendo di tenere separati i rispettivi sistemi di raccolta dei dati e non mantenendo poi la promessa. Ma questo non sta certo producendo azioni antitrust per annullare l’approvazione di quell’acquisizione. Del resto, gli spezzatini, nella tecnologia, non hanno sempre vita facile: At&t è stata divisa in sette aziende a suo tempo, ma dopo qualche decennio le telecomunicazioni americane sono di nuovo un oligopolio molto stretto. L’effetto-rete porta i vincenti a vincere sempre di più. Forse occorrerebbero davvero nuove regole antitrust. Regole che impediscano il controllo privato dei big data, che obblighino le piattaforme a essere interoperabili, che difendano la neutralità della rete, che garantiscano davvero la privacy e non affidino alle stesse aziende il compito di autocontrollarsi. Ma come osserva lo scrittore Cory Doctorov, questo significherebbe un cambio di direzione generale per la politica occidentale: non è solo la tecnologia a rischiare di finire monopolizzata dai grandi gruppi se l’ideologia resta squilibrata a favore della deregolamentazione mentre il mercato si protegge solo con le regole.

Può essere. Ma un fatto è certo: non basteranno mai le leggi se non ci sono alternative a ciò che viene offerto dai giganti. Ciò che le regole antitrust devono difendere è la possibilità di innovare. I giganti non subiscono sconfitte decisive in tribunale: le trovano quando incontrano chi interpreta meglio di loro le opportunità offerte dalla tecnologia.

L’Europa è forte nei principi normativi, ma è debole nella produzione di innovazioni alternative. È tempo di correggere il tiro.

Articolo pubblicato su Nòva il 4 agosto 2019