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La domanda genera valore nell’economia della conoscenza: Gregersen, Unger, Wales

La conoscenza avanza grazie a un insieme di buone domande, di valide teorie, di intelligenti sperimentazioni e di nuove domande. Il Wobi di Milano di qualche giorno fa si è aperto con l’intervento di Hal Gregersen sul valore delle buone domande. Il direttore del Leadership Center all’Mit, autore di “Questions are the answer” (HarperBusiness 2018), sostiene che solo facendo domande si possono sfidare i pregiudizi e creare le condizioni per fare avanzare la conoscenza. L’uso sistematico di una comunicazione che privilegia le domande scomode alle risposte preconfezionate è essenziale per la creazione di valore nell’economia della conoscenza e nella vita quotidiana.

L’economia della conoscenza, nella forma che ha finora assunto, è peraltro caratterizzata da una polarizzazione impressionante. Il tema è strategico, secondo Roberto Mangabeira Unger, autore di “The knowledge economy” (Verso 2019) che interverrà a Torino nei prossimi giorni, nel corso di Decode (vedi l’articolo di apertura in questa pagina). Unger osserva come l’economia della conoscenza si sia finora manifestata in una forma che ha consentito la crescita di pochissimi, enormi centri di aggregazione della ricchezza e che ha garantito il successo di un numero piuttosto limitato di professionisti della ricerca, della tecnologia, del design, dell’organizzazione imprenditoriale, della finanza e di tutto ciò che riguarda la produzione di valore immateriale tipica, appunto, dell’economia della conoscenza. La gran parte della popolazione e delle aziende, dice Unger, è rimasta nel paradigma precedente centrato sulla produzione di beni materiali e di servizi di prossimità. Le piattaforme che hanno vinto finora nell’economia della conoscenza, da Google a Facebook, da Amazon ad Alibaba, da Baidu a Illumina, sono grandi concentratori di conoscenza che sviluppano un piccolo valore aggiunto sulla base di un grandissimo volume di operazioni. Intorno a loro si è sviluppato un ecosistema di aziende più piccole che producono grande valore aggiunto con poco volume ma riescono a raggiungere ogni angolo delle loro nicchie di mercato attraverso le infrastrutture della globalizzazione. Tutto questo però ha separato chi si è saputo sintonizzare con l’economia della conoscenza da chi è restato tagliato fuori.

Unger non è il solo a domandarsi se questa polarizzazione sia sostenibile. Ma se i problemi sono chiari, le soluzioni restano misteriose, soprattutto se si resta nella convinzione che l’unica alternativa sia tra più mercato o più stato. In realtà, i problemi globali richiedono un rinnovato senso di comunità: il pianeta è il bene comune più prezioso dell’umanità. Il tema è posto in molti contesti. Resta difficile far “scalare” la dimensione di comunità, che per definzione richiede forte vicinanza tra le persone, per portarla ad avere un impatto globale. Jimmy Wales, l’ideatore di Wikipedia, ha creato una “comunità” di milioni di persone. E la sua battaglia è ancora quella di migliorare l’accesso alla conoscenza attraverso la collaborazione tra le persone che seguono un metodo rispettoso per generare informazione documentata. Il percorso faticoso della sua Wikitribune dimostra che il suo progetto non è finito. Ma il successo di Wikipedia suggerisce che la visione non è irrealizzabile.

Articolo pubblicato su Nòva il 3 novembre 2019