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La vera fase due non comincia con la fine della clausura

La “fase due” non è quella nella quale si esce di casa. La “fase due” è quella nella quale il contenimento dell’epidemia viene realizzato con mezzi più sofisticati e mirati di quanto non si possa fare con una clausura generalizzata e generica. I paesi che riescono meglio degli altri a testare i cittadini, a tracciare i loro contatti e a isolare i positivi saranno quelli che riescono a fare ripartire l’economia prima degli altri mantenendo la popolazione in relativa sicurezza. La Corea che ha adottato subito questa strategia, anche per l’esperienza fatta in precendenti epidemie, ha annunciato ieri di non avere più casi di Covid-19 locali. Il che non significa che non ci siano rischi di ripresa dell’epidemia, come ammettono le autorità coreane. Ma il successo è indubbio, sia dal punto di vista sanitario che da quello economico.

Non è facile fare altrettanto. In Italia la difficoltà di fare i test è considerata incomprensibile, dopo mesi dall’inizio dell’epidemia. Ma anche nel Regno Unito il governo ha ammesso ieri che non sarà in grado di realizzare tutti i test che si era ripromesso di fare. In attesa di comprendere come sarà sviluppato questo aspetto essenziale del contenimento mirato dell’epidemia, in Italia si è invece è chiarito meglio, con un decreto legge del 29 maggio, che cosa si intende fare con l’applicazione  “Immuni” da scaricare sui telefoni per realizzare il tracciamento che deve servire ad avvertire chiunque sia stato a contatto con una persona positiva al coronavirus per consentirgli di verificare se a sua volta sia stato contagiato. L’applicazione dovrà essere utilizzata volontariamente, i dati dovranno essere pseudonimizzati, non farà uso di localizzazione, si baserà su infrastrutture nazionali e tutti i dati registrati saranno cancellati alla fine dell’emergenza. Il Garante per la protezione dei dati personali dovrà dare parere favorevole. Si tratta di specifiche che sono state esplicitamente previste da settimane, grazie alla task force del ministero dell’Innovazione e della Salute. Ci è voluto parecchio perché diventassero legge, attraverso un decreto. Comunque rispondono alle numerose perplessità di chi dubita che una ricchezza di dati tanto grande non venga utilizzata per fini di controllo politico, burocratico o economico. In tutta Europa, i critici si sono fatti sentire. E in Italia tra gli altri il centro Nexa del Politecnico di Torino ha espresso le sue preoccupazioni in materia. Nel frattempo, in tutti i paesi europei, si aspetta l’introduzione delle innovazioni promesse da Apple e Google, che ridurranno le difficoltà di usare il bluetooth per il tracciamento ma imporranno un’architettura fortemente decentrata nella registrazione dei dati. 

Sta di fatto che per dare informazioni utili, l’applicazione dovrà essere utilizzata da almeno il 60% dei cittadini. I contatti da tracciare cresceranno esponenzialmente con il numero di giorni che l’applicazione sarà chiamata tenere in memoria. E i falsi positivi purtroppo non potranno mancare, per via delle modalità di funzionamento del bluetooth che non sa se tra due persone ci sia un muro o un vetro, o se intorno ci sia l’aria aperta o una stanza chiusa. Per questo, per arrivare davvero a separare i contagiati dai sani e le aree libere da quelle contaminate occorrerà incrociare i dati dell’applicazione con altre fonti di informazione, senza però perdere precisione nella difesa della privacy, come prevede un rapporto della citata task force uscito ieri su GitHub. Nulla di tutto questo sembra facile, ma soprattutto niente è stato spiegato chiaramente ai cittadini che dovranno usare l’applicazione per fiducia nelle autorità e per una forma di razionale solidarietà nei confronti degli altri cittadini.

La “fase due” non comincia quando diminuiscono i casi di contagio. Perché se ci si limita a interrompere la clausura, con ogni probabilità, ci si espone a una ripresa dell’epidemia. In realtà, la “fase due” comincia quando il governo, le organizzazioni che offrono servizi pubblici, le aziende e i cittadini sono in grado di collaborare per garantire la riduzione intelligente dei contagi.

Articolo pubblicato sul Sole 24 Ore il 1 maggio 2020