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La fase due è più culturale che tecnologica

Si sperava che arrivasse la fase due. Ora che è arrivata ci si affida alla speranza. Perché le grandi soluzioni tecnologiche che avrebbero dovuto favorire una forma di contenimento evoluta dell’epidemia, il tracciamento dei contatti e il test immediato, restano lontane. Purtroppo, uno scatto esponenziale dei contagi è matematicamente possibile oggi come allora. E gli italiani affrontano questa possibilità senza disporre di risorse tecniche sostanzialmente diverse da quelle che avevano quando hanno deciso la clausura: certo, ci sono migliaia di posti in terapia intensiva in più per trattare il Covid-19, il che abbatte la letalità; ci sono più mascherine, non facili da trovare in farmacia ma chiaramente più diffuse, il che abbatte la dispersione delle goccioline; ma non c’è l’abbondanza che servirebbe di test sierologici affidabili e di tamponi disponibili. E non c’è l’applicazione per il tracciamento dei contatti: Immuni arriverà, dice la ministra per l’innovazione Paola Pisano, a fine maggio.

La mancata sincronia tra tecnologia e riapertura affida il contenimento all’ipotesi che gli italiani abbiano acquisito una forte consapevolezza sulle dinamiche del contagio, all’effettivo rispetto del distanziamento fisico, alla disciplina da tenere nei luoghi pubblici al chiuso e così via. Tutti elementi “culturali” che una campagna di informazione capillare e trasparente, in un paese nel quale i governanti si fidano della popolazione e questa si fida dei dirigenti, avrebbe potuto ottenere ai primi segni dell’epidemia. Ripensandoci, sarebbe stato bello risparmiare in quel modo al paese una recessione da un quarto di Pil. Anche perché, appunto, la condizione tecnica di allora non era molto diversa da quella di adesso. Anche allora il tracciamento si poteva fare, come si fa ora, a mano: i medici che trovano un contagiato gli chiedono chi abbia visto, dove sia stato, se abbia viaggiato in treno, se sia andato in un ristorante, e ricostruiscono il grafo delle relazioni per avvertire gli interessati e chiedere loro di restare a casa. Le deroghe alla privacy concesse al sistema sanitario sono un cambiamento, naturalmente. Così come la norma che a quanto pare impone ai ristoranti e ai parrucchieri di tenere un registro a mano con il nome e il telefono dei clienti: in questo modo potranno aiutare ad avvertire gli interessati nella malaugurata evenienza che qualcuno dei loro avventori si sia ammalato. Va bene così. Ma si poteva fare con una applicazione.

Nonostante che se ne parlasse già a metà febbraio, dunque, il tracciamento digitale dei contatti arriverà a fine maggio. Bisogna dire che nessun paese occidentale è ancora riuscito a far partire la sua soluzione per il tracciamento. Innanzitutto, i paesi attenti alla privacy dovevano superare notevoli difficoltà architetturali e tecniche. Quanto a queste ultime, sono state risolte da Apple e Google, che controllano i sistemi operativi della quasi totalità dei telefoni, ma per disporre delle soluzioni si è dovuto aspettare il rilascio del nuovo software avvenuto il 15 maggio. Del resto, mancano ancora certe informazioni non tecniche, come quelle relative al messaggio che arriverà ai cittadini che hanno avuto incontri ravvicinati con persone contagiate: ci si limiterà a invitarle a restare a casa o si potrà fare di più? Infine, l’applicazione non basta: non solo per la mancanza di test, ma anche perché produrrà molti falsi positivi e negativi e perché la rete di contatti in sette giorni può riguardare anche centinaia di persone. Occorrono rilevazioni collaterali per tenere sotto controllo i territori che possono diventare focolai. Un lavoro certosino, importante, fattibile, purché si possa contare sulla buona volontà di tutti. Oggi ci si conta. Qualche mese fa evidentemente no.

Articolo pubblicato sul Sole 24 Ore il 19 maggio 2020