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L’incertezza della modernizzazione digitale

Da un articolo uscito su Nòva il 24 gennaio 2021 e su 24+ intitolato: “Come convivere con l’incertezza nella modernizzazione digitale”.

Il processo di ideazione e creazione del ritratto di Maria Munk da parte di Gustav Klimt si può seguire nella successione di versioni che il pittore tenta di portare a termine, senza una conclusione. Lo ricorda Marco Mancuso all’inizio del suo libro dedicato alla storia appassionante di Digicult: “Intervista con la new media art” (Mimesis 2020). Esperienza che connette i tratti dell’iniziativa editoriale con quelli del movimento culturale, anche Digicult emerge da un processo creativo che si svolge all’insegna dell’incompletezza.

Come sempre, anche se raramente lo si ammette, vale di più l’esplorazione che la ricostruzione di un paesaggio culturale definitivo. E questo si vede sia a livello logico, come insegnano il teorema e la biografia di Kurt Friedrich Gödel, sia a livello tecnologico, come mostra la continua rilavorazione delle tecnologie digitali, destinate a fare lo slalom tra gli inevitabili errori di scrittura del software e le infinte migliorie che si possono apportare.

«In principio fu l’imperfezione» scriveva Telmo Pievani nel suo meraviglioso saggio intitolato, appunto “Imperfezione. Una storia naturale” (Raffaello Cortina 2019). Le mutazioni casuali, i cambiamenti climatici, i compromessi tra interessi diversi, l’adattamento di risorse sviluppate in certi contesti per sopravvivere in condizioni nuove, costituiscono alcune motivazioni dell’imperfezione che caratterizza ogni passaggio dell’evoluzione e ne permettono il procedere vivificante. La creazione non è un atto perfetto ma un percorso in una realtà complessa.

Mai come in questi giorni, appare più facile fare l’esperienza della complessità, che pensare in modo consequenziale a tale esperienza: forse perché è troppo forte la tentazione di fermarsi a ciò che si capisce immediatamente, accontendandosi di vivere in un modello di realtà, considerandolo definitivo. È per questo che l’arte è preziosa per la cultura digitale: perché per statuto non si accontenta e sconfina incessantemente dagli argini posti dalle abitudini. Lo mostra passo per passo la vicenda raccontata da Serafino Murri nel suo “Sign(s) of the times. Pensiero visuale ed estetiche della soggettività digitale” (Meltemi 2020): consapevole delle dinamiche creative che agiscono sulla contemporaneità, Murri ne mostra l’intrinseca interdisciplinarietà, o meglio la fatale indisciplina. E osserva come la tecnologia svolga in questo processo il duplice ruolo di servitore e suggeritore per chi cerca possibilità da esplorare. (…)