La lunga storia dei movimenti No Vax e le responsabilità dei media

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La produzione dei vaccini, nel XIX secolo, non era particolarmente sana dal punto di vista sanitario. Sicché l’introduzione dei controlli pubblici sulla qualità di queste tecnologie negli Stati Uniti avveniva in un contesto nel quale i vaccini non godevano di un’immagine particolarmente positiva presso una popolazione che peraltro vedeva i dottori piuttosto di rado e che non aveva un gran concetto neppure dell’intervento dello stato. Ne parla Matthew Wills, storico eclettico, su Jstor Daily.

In quel contesto, racconta James Colgrove, storico della Sanità Pubblica, nei primi vent’anni del XX secolo si è sviluppato in America un movimento antivaccinista, fondato su una retorica che univa i rischi per la salute potenzialmente collegati ai vaccini e i rischi per la libertà personale che collegati all’aumento dell’impegno statale nella salute pubblica. Del resto, nel 1905, la Corte Suprema aveva stabilito la costituzionalità dell’obbligo di vaccinazione. Dice Colgrove: «L’antivaccinismo era una risposta a due trend: la proliferazione di prodotti biologici per trattare le malattie e un sistema di riforme che espandevano lo spazio statale in materie che erano sempre state private».

I movimenti antivaccinisti furono sostenuti da famiglie economicamente potenti, da organizzazioni religiose rampanti e da magnati dei media piuttosto forti come Bernarr Macfadden il cui impero mediatico raggiungeva 40 milioni di americani. La salute pubblica veniva equiparata al socialismo e i vaccini erano considerati un’arma contro la libertà. Le nuove tecnologie mediche peraltro venivano investite da diffusi sospetti antiscientifici.

La crisi del 1929, peraltro, pose fine al consenso conquistato dagli antivaccinisti.

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Di sicuro, come dimostrano gli storici citati sopra, le narrative che ospitano i movimenti antivax hanno durata lunga e motivazioni sociali, politiche e culturali in parte esterne alla sfera mediatica, che peraltro si presta bene a consolidarle. Si può ipotizzare, forse, che sebbene le posizioni possano cambiare lentamente, i media possano accelerarne la radicalizzazione. Ma questo meriterebbe altre ricerche.