Il senso europeo per l’intelligenza artificiale

Articolo scritto il 24 maggio 2025 e poi pubblicato sul Sole 24 Ore


Nel frastuono di notizie e commenti sull’intelligenza artificiale, lo sviluppo della tecnologia sembra condotto dall’urgenza. Ma i tempi di una profonda trasformazione cognitiva sono fatalmente lenti. Nella confusione propagandistica alimentata dalle mega aziende americane che hanno conquistato la leadership del settore con prodotti straordinari ma non certo definitivi, gli europei possono sentirsi disorientati, con buone ragioni. Ma il processo di cambiamento dei modi di gestire la conoscenza reso possibile dall’intelligenza artificiale è ancora lungo. E lo spazio di sviluppo che gli europei possono creare innovando è gigantesco se partono dal loro sistema industriale, dalla loro scienza, dalle loro strutture di welfare: producono dati originali e non certo sfruttati dai giganti americani, possono generare prodotti inediti e dare luogo a modelli di business diversi da quelli esplorati dalle BigTech. Del resto, l’incertezza introdotta dall’amministrazione americana può rivelarsi un’occasione per l’Europa se riuscirà a diventare attraente per i talenti e i capitali spaventati dall’instabilità della politica di oltre oceano. 

La strategia che la Commissione europea ha messo a punto per favorire gli europei impegnati a cogliere le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale è articolata. La regolamentazione decisa a Bruxelles è integrata con investimenti significativi. Ne ha parlato Roberto Viola, direttore generale della DG Connect, al Festival di Trento. «Abbiamo un’infrastruttura pubblica di 13 AI Factory dotate di supercalcolatori a disposizione delle imprese che vogliano addestrare modelli innovativi. Stiamo lanciando una serie di almeno 5 GigaFactory per accrescere ulteriormente la potenza di calcolo dedicata all’AI e, insieme, l’offerta di datacenter. Abbiamo avviato la costruzione di una “data union” per rafforzare il mercato interno di dati di qualità. Abbiamo una strategia di sostegno all’adozione dell’AI. E un sistema di incentivi per attrarre talenti». 

Uno dei pilastri di questa strategia è a Bologna. Francesco Ubertini presidente del Cineca che guida l’AI Factory italiana nota: «Questa infrastruttura è motore di sviluppo per un intero ecosistema dell’innovazione. È stata realizzata con uno sforzo congiunto della Commissione, dello stato italiano e delle istituzioni locali. E sta trovando l’appoggio del settore privato per moltiplicare il suo valore». Rita Cucchiara che all’università di Modena e Reggio Emilia guida uno dei laboratori di maggior successo nell’applicazione dell’intelligenza artificiale alla computer vision osserva: «Per noi l’AI Factory è un’infrastruttura essenziale per sviluppare modelli e soprattutto accrescere le esperienze dei nostri giovani ricercatori». E il rettore dell’università di Trento, conferma: «Gli investimenti realizzati a Bologna sono un valore per tutta la ricerca italiana, sia per la disponibilità delle risorse di calcolo che per quanto riguarda la possibilità di sviluppare filiere di iniziative produttive». 

Sì perché, ricorda ancora Ubertini: «Il compito dell’AI Factory è soprattutto quello di rispondere alle esigenze di modernizzazione del sistema industriale. I modelli di intelligenza artificiale americani hanno forse sfruttato tutte le informazioni disponibili pubblicamente in rete. Ma non hanno potuto prendere i dati delle imprese industriali. Le imprese europee possono usare i loro dati per allenare modelli più precisi e adatti alle esigenze del sistema industriale, realizzando tecnologie e modelli di business solidi». Ed è una strategia di enorme importanza, sottolinea Patrizio Bianchi, dell’università di Ferrara, lungimirante promotore della politica che ha reso possibile la costruzione del polo di Bologna: «Gli europei stanno costruendo un digitale nuovo: efficiente dal punto di vista industriale e giusto dal punto di vista sociale e civile».