Articolo scritto il 5 giugno 2025 con Dino Pedreschi e poi pubblicato sul Sole 24 Ore
Procedono le trattative tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea per risolvere le loro dispute commerciali. Non si sa bene quanto quanto le discussioni siano concentrate sullo specifico delle tariffe e quanto si allarghino a questioni regolamentazione. Si sa, però, che la Commissione è ferma nella difesa delle norme sul digitale – Digital Services Act, Digital Markets Act, AI Act – che garantiscono i cittadini e i mercati europei nei confronti delle grandi piattaforme. È una questione strategica. Se gli europei, in cambio del via libera ai loro prodotti, accettassero di togliere o annacquare le regole alle piattaforme, il risultato delle trattative sarebbe quasi certamente iniquo e pericoloso.
Perché le piattaforme – i media sociali, i motori di ricerca, le intelligenze artificiali generative – sono tecnologie abilitanti per una quantità di settori e se non incontrano ostacoli normativi conquistano posizioni di rendita inamovibili, producendo problemi culturali, sociali, ambientali. L’oligopolio delle piattaforme che gli europei hanno accettato finora è un disastro economico e una causa di violazioni dei diritti umani ai quali gli europei tengono: libertà e giustizia sociale, salvaguardia dei minori e cybersicurezza, tutela delle regole della concorrenza ed equità fiscale.
Se l’Europa manterrà la promessa di non cedere sulle normative digitali allora farà bene a portare alle logiche conseguenze la sua politica. Se vuole davvero salvaguardare i suoi cittadini non si deve limitare a normare le piattaforme americane. In primo luogo, deve decidere sanzioni vere contro le piattaforme che non si adeguano alle leggi europee, arrivando anche alla loro chiusura, temporanea o definitiva, come ha fatto il Brasile con X. In secondo luogo deve favorire in tutti i modi la creazione di piattaforme europee, che nascano coerenti con il diritto europeo.
Un’associazione di scienziati che comprende alcuni dei più grandi pensatori dell’intelligenza artificiale, della scienza dei dati, della coevoluzione tra tecnologie e società, la Social Data Science Alliance, ha proposto una strategia per realizzare questo cambiamento di paradigma. Non solo implementare fino in fondo le regole europee, ma creare anche una nuova infrastruttura digitale europea. Non copiando le piattaforme americane. Creando una realtà totalmente nuova, con piattaforme interoperabili, gestione attiva dei dati personali, diritto dei cittadini a sapere che cosa avviene negli algoritmi che governano le piattaforme. Gli scienziati notano come l’erosione della popolarità delle grandi piattaforme sia già in atto da tempo: Facebook ed X in particolare perdono utenti a favore di nuove piattaforme. È un momento adatto a un salto di qualità.
Gli investimenti per realizzare questo genere di piattaforme sono piuttosto ridotti. Il vero problema è convincere gli utenti a lasciare piattaforme abituali, sulle quali hanno già un seguito e sanno chi seguire, per andare a popolare nuove piattaforme nelle quali l’effetto-rete è tutto da costruire. Ma se le differenze giuridiche e culturali tra americani ed europei continueranno ad approfondirsi, per gli europei sarà comunque necessario attrezzarsi. Lo devono fare su tutta la filiera digitale, del resto, come suggeriscono anche i progetti EuroStack ed European Democracy Shield.
È terribile doverlo sottolineare, ma è chiaro che tutto questo è anche parte integrante della nuova politica europea sulla difesa. Lo spazio digitale è un terreno di guerra. Gli europei non possono accettare di lasciare che sia proprietà di alcune aziende private straniere, di un paese che non è più un partner che condivide gli stessi valori democratici ma una controparte commerciale e industriale che privilegia i propri interessi su quelli delle alleanze.
Un investimento pubblico e privato degli europei è necessario per conquistare l’indipendenza culturale e mediatica. Non è un problema tecnologico o economico. È un problema di consapevolezza.
Luca De Biase e Dino Pedreschi