Guido Vetere e la libertà di scelta nel mondo dell’AI

Guido Vetere, Incontri ravvicinati. Intelligenze aliene, Luca Sossella Editore, 2026

Guido Vetere è un filosofo e un linguista che ha lavorato all’IBM e che oggi guida la Isagog una boutique di AI che ha fondato. Se è vero che l’intelligenza artificiale è un’innovazione tecnica che implica un’innovazione culturale, il suo blog su Nòva100 è una miniera di spunti. Ma il suo libro è uno sforzo di sintesi e chiarezza tanto riuscito da attirare migliaia di lettori a esplorarlo con attenzione, convincendo l’editore e l’autore a proporne una nuova edizione ampliata e aggiornata. 

Vetere è affascinato dal linguaggio più che dalla macchina che lo simula e che peraltro conosce molto bene per avere dedicato decenni a costruirne parti e versioni. Indubbiamente la sua ricerca sul linguaggio coinvolge anche chi voglia comprendere meglio la macchina. E conduce ad analizzare la tecnologia più discussa del momento a un livello di pensiero alto, concreto e smitizzante.

Già. Perché tra i diversi percorsi paralleli nel libro il primo è quello che critica fin dalle prime parole l’antropomorfizzazione delle macchine: «Nel 1956, anno di nascita dell’intelligenza artificiale, Don Siegel diede forma alla paura del comunismo, che serpeggiava negli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, con un film in cui la Terra veniva invasa da alieni capaci di replicare perfettamente gli esseri umani, sostituendoli mentre dormivano. Questi alieni erano caratterizzati psicologicamente così come il senatore repubblicano McCarthy immaginava fossero i comunisti: impersonali, privi di sentimenti e guidati da forze remote e oscure. Il film si intitolava “Invasion of the Body Snatcher”, ma chi lo tradusse in italiano ebbe un colpo di genio e inventò “L’invasione degli ultracorpi”. Così fu coniata una parola misteriosa e inquietante, che sostituì quello scialbo “ladri di corpi” per evocare un senso di minaccia metafisica. Seguì una vasta filmografia dove alieni di ogni tipo, inclusi esseri robotici dotati di AI, causavano gravi disastri, ma quel senso di angoscia derivante da non sapere chi o cosa si ha di fronte restò insuperato».

Vetere giustamente ripercorre in pochi tratti la vicenda della fantascienza capace di creare narrative adatte a spiegare e anticipare gli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Perché in questa tecnologia, l’immaginazione precede la realtà, tanto vasto è il panorama delle possibilità. 

Ma concentrandosi sulle possibilità che effettivamente raggiungono un grande livello di realizzabilità, il punto di svolta è preciso: «La svolta fondamentale per la nascita delle intelligenze aliene è la conquista del linguaggio da parte degli automi». Ed è qui che i nuovi language model fanno la loro entrata in scena: sconvolgendo menti abituate alle narrative fantascientifiche e creando la necessità di riportarle a camminare sulla Terra.

Con la conquista del linguaggio le macchine cominciano a generare risultati concreti. Ma abbinate alle narrazioni fantascientifiche inducono le persone a ritenere che possano avere poteri immensi. E che quindi conferiscano immenso potere a chi le fabbrica. Su questo punto occorre consapevolezza: non esiste una sola architettura dell’AI e non esiste una sola dinamica per il suo sviluppo. Il potere delle imprese che fanno l’AI non è infinito se si sviluppano alternative alla loro interpretazione della tecnologia.

Tra i molti passaggi importanti del libro, uno va soprattutto sottolineato, quando Vetere parla dell’ecosistema dell’AI. Proprio perché mostra che le alternative esistono.

Ci sono in effetti centinaia di migliaia di modelli, raccolti e messi a disposizione, per esempio, su Hugging Face. «Non è soltanto un archivio, ma un mercato tecnico, un luogo di standardizzazione de facto, dove si definiscono formati, interfacce, pratiche di fine-tuning e di valutazione». Ed esiste un’economia di questi modelli alternativi alimentata dai broker di modelli: «Piattaforme come OpenRouter – ma non solo – offrono via API l’accesso unificato a modelli di diversa provenienza, dimensione e regime di licenza, siano essi open-weight o proprietari». Su queste piattaforme gli utenti possono scegliere i modelli più adatti alle loro esigenze, senza sottostare all’idea che un solo modello globale possa fare tutto nel modo migliore possibile. «Questo livello di intermediazione modifica la geografia del potere. Se nella prima fase il controllo risiedeva quasi esclusivamente nei produttori dei foundation model e nelle loro infrastrutture cloud, ora si affaccia un mercato di orchestrazione: chi governa l’accesso e l’instradamento delle richieste può di fatto influenzare la circolazione dei modelli, i flussi economici e persino le metriche di valutazione. Il modello diventa una commodity componibile all’interno di architetture più ampie». E gli umani non dipendono da due o tre mega aziende, ma si riappropriano della loro libertà di scelta.

Se si vuole scegliere da quale parte della storia si vuole essere – dipendere dalle mega aziende o cercare la propria strada – la lettura del di Vetere è un aiuto importante.