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Lettere sull’innovazione. Paradossalmente non bastano i soldi per il venture capital

Caro De Biase
Stiamo assistendo in Italia ad un inatteso attivismo, da parte di una molteplicità di soggetti pubblici, a sostegno del Venture capital; il che è di per sé un bene. C’è da noi meno Venture capital che negli altri Paesi europei, con una incidenza sul Pil dei relativi investimenti soltanto dello 0,003% , a fronte di un 0,013% per l’EU a15. E i nostri fondi di Venture capital non hanno né la scala né lo scopo per far crescere le startup innovative dall’early stage al mid-cap e dal mid-cap a global players. Questo è un male considerando la rilevanza che le nuove generazioni di imprese innovative oggi rivestono per una nuova ripartenza della crescita.
Da indagini giornalistiche recenti risulta che la somma totale dei fondi V.C. messa a disposizione, in larga parte dal pubblico (Fei, Cdp, Invitalia, Fondo per il Sud, Regione Lazio, Fondo Veneto) è stimata pari ad un miliardo di Euro (N. Saldutti, M. Sideri, Corriere Innovazione, 26/10/2017).
Si tratta indubbiamente di una somma importante. In pratica, è quanto i fondi di Venture capital italiani potrebbero investire in una decina di anni.
Attenzione però: è difficile pensare che mettendo sul tavolo così tanti soldi si possa fare il miracolo di recuperare il gap che da sempre l’Italia accusa in fatto di start up e di innovazione tecnologica. Di questo è fondamentale tener conto nel momento in cui si festeggia per il milione!
Sembra quasi che ci sia stata una convergenza fuori programma tra più soggetti di natura pubblica nel dar vita ad un simulacro di “Stato imprenditore-innovatore” senza avere alle spalle una qualche comune linea di politica industriale dell’ innovazione orientata all’innovazione.
Di fatto ci troviamo difronte ad un intervento pubblico che più che rimediare a fallimenti del mercato sembra quasi un atto di sfiducia negli investitori privati. Siamo quindi del tutto fuori dalla linea di pensiero che suggerisce che lo Stato deve limitarsi ad “imbandire la tavola” senza disturbare più di tanto i commensali.
Nel rispetto delle tradizioni italiane non è poi da escludere che si finisca per indulgere nei criteri di valutazione del merito delle start-up da finanziare. Da un lato, per la limitatezza del numero di deal disponibili, da un altro per il possibile prevalere di finalità di tipo assistenzialistico rispetto a considerazioni del merito.
Ben vengano comunque nuove risorse finanziarie, se accortamente e gradualmente amministrate. Ma è fuorviante credere che l’unico handicap dell’Italia sia costituito dalla limitatezza dei fondi di V.C., che peraltro c’è. Ben più grave e determinante è il fatto che la consistenza numerica e la qualità delle spin-off/startup fondate sulla conoscenza, quelle a cui di norma negli altri Paesi si guarda con priorità, in Italia lasciano molto a desiderare. E questo è un evidente male.
L’esperienza esaltante che ci proviene non soltanto dagli Stati Uniti e da Israele ma anche dagli altri Paesi europei, e sempre più dalla stessa Cina, è che le university startup hanno una marcia in più sul resto in quanto: possono contare su una nuova tecnologia, più difficile da imitare e quindi su un più forte regime di appropriabilità; possono disporre a costi contenuti di un capitale umano molto qualificato e creativo; possono accedere se del caso, a condizioni privilegiate, a facilities ed aiuti da parte delle istituzioni di ricerca e universitarie di riferimento; hanno una capacità di crescita sul mercato decisamente maggiore.
Sono valori questi a cui l’Italia e la sua industria più avanzata non possono rinunciare. E questo soprattutto perché è necessario essere capaci di sperimentare, con uno sforzo collegiale, quelle forme di innovazioni combinatorie tra nuovo ed esistente, tra startup e grandi imprese, che sono alla base di una visione “inclusiva” della nuova politica industriale 4.0.
Sembra giunto il momento di assumere come Sistema Paese piena consapevolezza del ritardo accumulato nel campo del trasferimento delle tecnologie early stage, in mancanza di sistematiche interazioni bidirezionali tra ricerca, mondo produttivo e venture capital.
Va a merito del Fondo europeo degli investimenti e della Cassa depositi e prestiti il fatto di aver posto in modo autorevole, per la prima volta da parte di istituzioni finanziarie, la questione del trasferimento tecnologico e l’esigenza di intervenire per aumentarne l’efficienza.
Questa lodevole iniziativa non deve però esaurirsi in sé. Deve servire da esempio e da stimolo per andare avanti con lena perché occorre un intervento strutturale per una svolta del trasferimento tecnologico in Italia.
E’ noto in campo internazionale che le istituzioni di ricerca da sole non possono fare più di tanto nel campo del trasferimento tecnologico che comporta gravi rischi ed inoltre richiede la disponibilità di un variegato mix di competenze altamente qualificate. A queste difficoltà ed esigenze è possibile rispondere con un organismo di consulenza ben dotato e organizzato, da porre a fianco dei migliori centri di ricerca tecnologica. E’ una via già percorsa con successo in molti Paesi, con un sostegno importante da parte del pubblico. Ora è un passaggio obbligato anche per l’Italia.
Riccardo Varaldo
Scuola Superiore Sant’Anna

Caro Varaldo
L’ecosistema non si modifica con pochi interventi ma con un’accurata opera di trasformazione sistemica e di manutenzione dei particolari. Ed è vero anche per l’ecosistema dell’innovazione. La ringrazio per questo ampio intervento il cui testo integrale si trova online nella rubrica Crossroads di Nòva100: lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com

Rubrica pubblicata sul Sole 24 Ore del 4 novembre 2017