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La cultura dell’innovazione e più antropologica che tecnica

Si scrive “cultura dell’innovazione “. Si legge sempre più spesso: inflazione di parole d’ordine. Ma è un errore. Intendiamoci: non è un errore osservare la quantità di inutili ripetizioni sloganistiche che ruotano attorno al tema dell’innovazione. È un errore considerare con scetticismo che quel tema sia una moda passeggera e priva di conseguenze. La stucchevolezza delle parole d’ordine non riesce a modificare la sostanza: la cultura dell’innovazione non è un insieme di saperi tecnici, piuttosto è parte integrante della dinamica culturale fondamentale richiesta dall’evoluzione sociale attivata dalla grande trasformazione economica, tecnologica, ambientale, sociale del mondo attuale: è parte essenziale del modo con il quale ci si adatta, si anticipano i tempi, si conquista valore aggiunto, si genera crescita e occupazione, si favorisce la comprensione di come stanno le cose. La cultura dell’innovazione è più nel dominio dell’antropologia che in quello della tecnica. Costituisce visione del mondo, atteggiamenti aggreganti, archetipi e miti fondativi, soluzioni abituali e tratti di comportamento che hanno una lunga durata. E si legge nella quotidianità più che nei testi che la scolpiscono una volta per tutte. Le testimonianze offerte dai partecipanti al panel organizzato da Ey nei giorni scorsi a Capri e dedicato a questo argomento, composto dai leader di aziende dell’energia, della tecnologia, della finanza, hanno avuto un tratto in comune: raccontavano di come la cultura dell’innovazione generi un orientamento a pensare il futuro come a una dimensione che va costruita e non attesa, sia una sorta di chiave interpretativa per vincere il disorientamento attraverso l’azione, generi una capacità narrativa che accomuna le persone nella generazione di una realtà che non esiste se non nella loro immaginazione, ma che insieme, costruiscono.

Articolo pubblicato su Nòva il 9 ottobre 2016