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La società digitale cerca di proteggere la democrazia

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, è talmente sincero da ammettere che «quando le cose si fanno serie, bisogna saper mentire». Frase memorabile del 2011. E del resto, la bufala delle armi di distruzione di massa che qualche anno prima aveva innescato la guerra in Iraq e definito la presidenza di George W. Bush e Dick Cheney è un precedente non minore, in un contesto nel quale non passa giorno senza che l’attuale presidente degli Stati Uniti non si trovi a litigare con i media intorno al tema delle fake news. Come ricorda lo storico Adam Tooze, la questione della strumentalizzazione della verità non è certo nata nel mondo digitale, anche se può essere stata alimentata dalle caratteristiche del sistema mediatico attuale – dominato dalle logiche di tv via cavo e social network – ed è collegata agli incentivi prevalenti nel sistema iperfinanziarizzato e consumistico degli ultimi trent’anni, come scrive nel suo libro dedicato alla crisi del 2008, “Crashed” (Penguin 2018, in italiano “Lo Schianto”, Mondadori 2018). Forse anche per questo, ogni sacrosanta azione di contrasto alle falsità che girano in rete sembra generosa, importante e, purtroppo, minoritaria. Chi non si arrende, dunque, è costretto a combattere giorno per giorno, contribuendo alla qualità dell’informazione (come fanno coraggiosamente i “factchecker” citati nell’articolo accanto) e lavorando incessantemente per lo sviluppo di una conoscenza strategica, di ampiezza adeguata alla minaccia sistemica cui sono sottoposte le democrazie.
È anche la proposta di Manuel Castells, intervenuto al forum organizzato da Allea e Re-Imagine Europa sul tema “Democracy in a Digital Society” a Berlino giovedì scorso. Castells è un pioniere degli studi sulla rete digitale dal punto di vista sociologico e osserva come il carattere strutturale dell’internet nella sua attuale configurazione sia nella relazione tra la partecipazione decentrata e il controllo concentrato. «L’Europa è in pericolo» dice Castells «perché c’è una crisi di legittimità delle istituzioni democratiche. La democrazia esiste nella mente delle persone: per questo i media sono importanti. E questi sono pervasi da problemi. Primo: con il digitale, lo stato può operare una sorveglianza capillare dei comportamenti dei cittadini limitando la libertà. Secondo: le aziende possono commercializzare le informazioni sugli utenti limitando la privacy. Terzo: lo spazio pubblico si sposta nei social network che sono facilmente utilizzati da chi adotta strategie di disinformazione. Che cosa si può fare? Educazione dei cittadini, certo. Innovazione tecnologica nelle piattaforme attuali per contrastare la disinformazione. Attribuzione della responsabilità alle piattaforme. Sostegno agli attivisti che fanno factchecking. Incentivi per la nascita di piattaforme europee, alternative a quelle esistenti». Idea, quest’ultima, decisiva. Marija Gabriel, Commissario europeo per l’economia e la società digitale, è d’accordo. Ha partecipato alla stesura del piano d’azione europeo per contrastare la disinformazione. E martedì 29 gennaio prossimo a Bruxelles presenzierà alla conferenza di aggiornamento dei risultati del piano, con le azioni fatte dalle piattaforme e le iniziative a favore dei factchecker. La strada è lunga.

Articolo pubblicato su Nòva il 27 gennaio 2019