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Ipotesi di geopolitica dell’intelligenza artificiale

«Chi sarà leader nell’intelligenza artificiale governerà il mondo». Parola del presidente russo, Vladimir Putin. La geopolitica si basa da sempre sul controllo delle risorse strategiche: quelle che abilitano, insieme, l’economia, la potenza militare, il potere politico. In passato, la risorsa strategica per eccellenza era il petrolio. In futuro sarà la tecnologia digitale: dati e software, robot e droni, macchine industriali, reti di telecomunicazioni, microprocessori. Questa nuova risorsa strategica è fondata sull’informazione dunque ha una struttura della scarsità molto diversa: si concentra non dove l’ha depositata la geologia nei millenni, ma dove la ricerca ha generato le conoscenze necessarie a svilupparla, dove l’economia delle piattaforme ha centralizzato l’accumulazione dei dati, dove il sistema sociale l’ha adottata.

Il digitale è l’arma, il campo di battaglia, il mezzo per lo spionaggio, la propaganda e la disinformazione. In passato, per quanto se ne sa, gli Usa e Israele l’hanno usata per sabotare il programma nucleare iraniano, i russi per mettere in difficoltà l’Estonia, i cinesi per smantellare a più riprese la rete dello spionaggio americano nel loro territorio. Del resto, cinesi, russi e americani non cessano di fare il massimo uso del digitale per sorvegliare le loro rispettive popolazioni. L’intelligenza artificiale – con la disponibilità di dati e di centri di analisi abbastanza potenti da utilizzarli al meglio – è la frontiera sulla quale si gioca oggi una cyberguerra globale.

Chi la sta vincendo? Stati Uniti e in Cina sono le superpotenze. Come dice Kai-Fu Lee, venture capitalist cinese, scienziato, manager di Google in Cina e autore di “AI superpowers” (2018), gli Usa sono partiti prima, ma la Cina ha recuperato. Se l’efficienza del machine learning migliora in relazione alla quantità di dati raccolti nelle piattaforme digitali, la Cina può contare sul gigantismo del suo mercato interno mentre gli Usa devono proteggere i loro prodotti usati da un’enorme quota della popolazione mondiale. Entrambi i poli contano su aziende d’avanguardia: ma il governo cinese, nella sua strategia di “fusione militare-civile”, come dice Foreign Policy, incontra meno resistenze di quelle che frenano le autorità americane per questioni legali interne e per gli interessi di altri stati alleati ma, relativamente, indipendenti.

La complessità della partita in effetti è alimentata dal teatro multipolare della cyberguerra globale. Gli iraniani si sono dimostrati avversari sagaci e attentissimi. I russi hanno una strategia aggressiva, strutture potenti e grandi talenti. Gli hacker della Corea del Nord si sono fatti vedere in più occasioni. L’aggregazione europea non è molto coordinata, ma cerca di avere un peso e difendere i suoi valori, anche se deve mettere qualche granello di sabbia nell’ingranaggio statunitense.

Gli europei stentano ad accettare le pressioni, talvolta le minacce, del governo americano. Le informazioni meno che dimostrate sugli avversari cinesi, come ai tempi della seconda guerra in Iraq, non sembrano far presa. L’Nsa non ha aiutato la diplomazia americana facendosi scoprire mentre spiava la cancelliera tedesca Angela Merkel via internet. Di recente, il servizio di indagine britannico ha escluso che ci siano le prove di un coinvolgimento di Huawei nello spionaggio cinese.

L’Europa cerca di definire una sua strategia. Che ha le radici valoriali in Occidente. Ma ha interessi enormi nell’economia cinese. Un esempio? Chi abbia messo piede nella fabbrica Huawei di Shenzhen ha visto che l’organizzazione della produzione è stata costruita in base alla tecnologia fornita dalla Siemens.

Articolo pubblicato sul Sole 24 Ore il 17 marzo 2019