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Il mito e il valore

Che cosa accomuna la creatura di Victor Frankenstein e il Rossum Universal Robot di Karel Čapek? Perché Thomas Alva Edison e Steve Jobs venivano tanto spesso definiti “maghi”? E, in generale, come mai la ricerca, il futuro e la tecnologia più avanzata sono tanto spesso descritti in una luce che affascina ma insieme intimorisce? Fare i conti con tutto questo è un problema della contemporaneità: non si risolve il tema della competizione in un contesto innovativo senza costruire una visione che conduca all’azione; ma non si costruisce una visione senza conoscere la dinamica attuale della narrazione.
La distanza tra la ricerca di senso e la generazione di valore è sempre più breve. E, di certo, proprio la difficoltà di riconoscere un senso in tanti accadimenti, oggi, rende più arduo assaporare il valore delle esperienze. Ma, altrettanto di sicuro, tutto questo aumenta il riconoscimento attribuito a chi o a ciò che risponde alle domande latenti in una comunità in modo adeguato alla complessità del presente. In tutto questo, le riposte banali si distiguono da quelle semplici perché la loro credibilità dura meno tempo, si consuma prima, anche se conquista più facilmente un quarto d’ora di notorietà. Ma dopo un paio di decenni durante i quali tutto il sistema mediatico digitale favoriva queste risposte capaci di suscitare fiammate di attenzione, dando ai social network, soprattutto, l’importanza centrale che hanno sfruttato, oggi emerge forse un bisogno di maggiore qualità di fondo. Ecco perché merita tanta attenzione la ricerca di Peppino Ortoleva sui “Miti a bassa intensità. Racconti, media, vita quotidiana” (Einaudi 2019). Perché quei miti che Ortoleva indaga sono proprio una fondamentale forma contemporanea di generazione di senso. «Il mito è un racconto che fa da ponte tra il vissuto e il cosmo». Nel senso che connette l’esperienza più o meno consapevole delle persone e delle comunità con il territorio del mistero. La fascinazione che suscitano è nella loro forma narrativa che consente allo sguardo di esplorare con meraviglia i luoghi dell’ignoto. I miti a bassa intensità che Ortoleva ritrova nella contemporaneità mediatica non sono quelli che trovano le risposte al mistero in verità molto lontane dall’esperienza, come le storie degli dèi, ma in qualche luogo più prossimo alla vita quotidiana, appena fuori dall’ordinario. E offrono risposte adatte alla velocità del presente: un’epoca nella quale il mistero che suscita meraviglia e timore è concentrato nel futuro più che nel passato.
Non per nulla all’Institute for the Future dichiarano che la prima legge degli studi sul futuro è che «non esistono fatti del futuro: solo narrazioni». E le narrazioni servono appunto a leggere le relazioni tra i fatti in modo che abbiano un senso. Ma se per qualche tempo, di fronte all’enormità della trasformazione presente, la lettura del futuro poteva accontentarsi di storie banalizzanti, centrate per esempio sull’ineluttabilità di una dimanica esponenziale tipo la legge di Moore decontestualizzata o l’ideologia della connessione a tutti i costi sostenuta da chi disintermediava per reintermediare, oggi occorre qualità: senza accontentarsi dello storytelling e tornare a scrivere la storia.

Articolo pubblicato su Nòva il 10 marzo 2019