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Il futuro si crea ma si può anticipare

Mark Zuckerberg non fa ridere. Anche quando ci prova. Recentemente, alla Facebook Developer Conference, ha scherzato dal palco sulle critiche rivolte alla sua azienda in tema di privacy: faceva la battuta, accennava una risatina compiaciuta, guardava il suo pubblico aspettandosi altrettanta ridanciana approvazione e veniva avvolto da un glaciale silenzio. In video, era una scena tanto squallida da diventare, per milioni di osservatori online che non amano il proprietario di Facebook, esilarante. Quindi Zuckerberg, in realtà, fa ridere ma non nel modo in cui aveva previsto di riuscirci. La sua filosofia, leggibile implicitamente attraverso le sue azioni, è sempre stata fondata sulla convinzione che prima si fa qualcosa, si sbaglia e poi si rimedia. Una versione estremista della massima tanto ripetuta a Silicon Valley da diventare un mantra: il futuro non si prevede, si crea. Il punto è che a questa massima manca un orizzonte temporale: stiamo parlando di creare qualcosa che dura a lungo, è sostenibile, funziona? Oppure stiamo parlando di una serie infinita di futuri trimestri, disinteressati alla sostenibilità, concentrati solo sulla costruzione di sistemi di potere e di nuova ricchezza? Insomma, quanta fretta hanno in costruttori di futuro? E pensano al proprio futuro o al futuro di tutti? Il mantra di Silicon Valley, in proposito, è piuttosto reticente.

Alla luce dell’esperienza, si può essere pienamente d’accordo sulla difficoltà di prevederlo, il futuro. Ma vista la quantità di errori ai quali chi costruisce il futuro troppo in fretta deve poi rimediare si può correggere la massima: il futuro non si prevede, si crea, ma vale la pena di pensarci un po’ prima. Perché il futuro è in larga parte la conseguenza delle azioni degli umani, che siano capaci di comprenderle o no. Se si sforzano di comprenderle, forse, possono ridurre le conseguenze indesiderate.

Il libro di Roberto Poli, “Lavorare con il futuro. Idee e strumenti per governare l’incertezza” (Egea 2019) è un prezioso contributo all’impegno di chi, per sé o per la propria organizzazione, intende aumentare le capacità di comprensione delle conseguenze di quanto si fa. Perché sebbene non sia facile prevedere il futuro, si può aumentare la qualità dell’osservazione di tutto ciò che influenza in modo sostanziale l’esito delle azioni umane.

Per certi versi, gli storici si trovano a casa in questo contesto analitico. Gli studi del futuro, in effetti, sono spesso un’applicazione della disciplina storica, intesa non come analisi del passato ma come conoscenza del tempo. La pluralità delle durate del tempo sociale, sviluppata dalla scuola delle Annales, abitua infatti a leggere il tempo nella sua stratificazione: strutture, congiunture, episodi. E i fenomeni strutturali, come del resto i grandi cicli secolari, hanno una tale durata da poter condurre a vere e proprie previsioni: l’aumento della popolazione sul pianeta è previsto, come l’aumento della temperatura e come l’invecchiamento. Si tratta di tendenze tanto difficilmente modificabili da generare previsioni attendibili. Ma insieme a questi fenomeni ne esistono di episodici e di imprevedibili. Come ci si prepara? Come si insegna un approccio orientato al futuro, anticipante? Il libro di Poli aiuta a prendere coscienza di quello che si può fare per guardare avanti in modo più intelligente.

Articolo pubblicato su Nòva il 5 maggio 2019