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Il lavoro del futuro? Risponde l’archeologia

Timothy Taylor, archeologo, professore di Preistoria dell’umanità all’università di Vienna, con un team del Pentagono, ha deciso di scavare sul confine alpino tra la Germania e l’Austria, vicino al villaggio di Abtsdorf. Alla ricerca di informazioni sull’età del bronzo, il professore stava studiando i dati topografici della zona ricavati con la tecnologia LiDAR – che in pratica elimina le immagini della vegetazione e mostra ad alta risoluzione la struttura del terreno sottostante. Il professore, appassionato costruttore di modellini di aerei, aveva riconosciuto nella conformazione del terreno la forma della cupola di una fortezza volante, un famoso bombardiere della Boeing. E quindi il lavoro di scavo si è concentrato sulla ricostruzione dei frammenti di un bombardiere americano abbattuto nel 1944.
È un caso istruttivo per comprendere il lavoro del futuro nell’economia della conoscenza: una professione come quella dell’archeologo sconfina dalle sue specializzazioni caratteristiche, connette tecnologie digitali e fisiche, si sviluppa in progetti che non sono strettamente disciplinari. La storia mostra come certe competenze si possano trasformare facendo un salto di astrazione e finendo per essere applicate a tematiche imprevedibili, trovando nuove fonti di finanziamento e aggiungendo valore alla professionalità. L’attitudine da detective che è propria dell’archeologo tradizionale viene esplicitamente estrapolata dal suo contesto analitico abituale. Il tema dell’obsolescenza tecnologica viene superato compiendo un duplice sforzo: da un lato aggiornando la tecnica, dall’altro allargando gli argomenti ai quali si applica.
Questo è anche un modo per interpretare una novità tecnologica forte come ArchAIDE, un’app sviluppata all’università di Pisa con partner internazionali. ArchAIDE sfrutta l’intelligenza artificiale per aiutare gli archeologi «a riconoscere e classificare le migliaia di frammenti ceramici che ogni giorno emergono dagli scavi in tutto il mondo». Spiegano all’ateneo che l’app è basata su reti neurali e una tecnologia simile al riconoscimento facciale. Ed è disponibile gratuitamente su AppStore and GooglePlay, ma si può utilizzare anche su pc. È stata presentata al meeting annuale dell’Associazione europea degli archeologi (Eaa) a che si è svolta a Berna nei giorni scorsi.
Le migliaia di frammenti che si trovano negli scavi archeologici sono come pezzi di un puzzle che deve essere ricostruito, spiega Letizia Gualandi del MAPPALab di Pisa. ArchAIDE funziona in modo intuitivo: «si scatta una foto con un dispositivo mobile e la si manda al riconoscitore automatico che offre il suo responso», dice Gabriele Gattiglia ricercatore di UNIPI e Coordinatore del progetto. Francesca Anichini, project manager di ArchAIDE calcola: «al momento l’accuratezza del riconoscimento è intorno al 75%, ma sarà proprio grazie al sempre più ampio utilizzo da parte degli utenti che il sistema riuscirà a migliorare la performance». E questo perché ogni interrogazione all’archivio diventa anche materiale di confronto per le ricerche successive. L’app può essere usata da ricercatori o appassionati. La ricerca scientifica si avvale sempre più spesso dell’aiuto di cittadini interessati. L’importante è che il metodo di ricerca sia controllato. E la tecnologia può aiutare.

Articolo pubblicato su Nòva l’8 settembre 2019