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Comunità dell’antitrust

Le regole introdotte in California per tutelare i lavoratori organizzati su piattaforme digitali potrebbero modificare radicalmente il modello di business di aziende come Uber e Lift. Le pressioni e gli interventi dei governi sulle aziende digitali per quanto riguarda privacy, equità fiscale, antitrust, responsabilità della qualità dell’informazione che circola in rete, potrebbero avere conseguenze fondamentali per le attività di giganti come Facebook, Amazon, Google, Apple. Le riflessioni sempre meno astratte in materia di etica dell’intelligenza artificiale, per le sue applicazioni nel mondo del lavoro, nella prevenzione del crimine, nell’analisi del merito di credito e altro, possono incidere sulla strategia di molte imprese americane, europee e, forse, cinesi. Nel frattempo si moltiplinano gli inteventi delle città per governare le conseguenze dell’impatto di piattaforme come AirBnb sul mercato immobiare, il turismo e i servizi alberghieri.
È un cambio di contesto operativo essenziale per le aziende che sono cresciute applicando la tecnologia delle piattaforme per monopolizzare l’intermediazione in alcuni importanti settori dell’economia. Se fino a qualche anno fa, le piattaforme erano riuscite a far credere che la loro crescita coincidesse con il progresso e, di conseguenza, avevano avuto mano libera dal punto di vista regolatorio, oggi il loro immenso potere è considerato nella complessità delle loro conseguenze. Emerge l’esigenza di un’ecologia dei media.
Ma c’è un dilemma emergente: per affrontare questi problemi è ancora giusto puntare sull’autoregolamentazione delle piattaforme o si deve immaginare un nuovo e più consapevole intervento dei governi? In questo contesto, la vecchia soluzione che ricorreva essenzialmente all’autoregolamentazione si mostra insufficiente. Gli interventi unilaterali di Facebook, che ha chiuso o sospeso alcune pagine che esprimono opinioni considerate tali da diffondere l’odio, per esempio, come è avvenuto in Italia e in Israele, sono legittimi, hanno effetti sacrosanti, ma generano controversie sul metodo: è davvero giusto che un’organizzazione privata reprima le violenze ma decidendo su materie connesse alla libertà di espressione? Non si attribuisce in quel modo un ruolo pubblico di primaria importanza a un’organizzazione che in passato non ha mostrato alcuna sensibilità per la qualità dell’informazione e i diritti come la privacy? E del resto, l’alternativa può essere davvero che i governi decidano quali sono le forme con le quali le persone si esprimono in rete?
Forse occorre sottolineare che – come osservano molti capi azienda, compreso il ceo di BlackRock Larry Fink, per esempio – le le aziende private non sono solo organizzazioni che massimizzano il profitto: hanno una responsabilità sociale, culturale e ambientale dalla quale non possono esimersi. Gli stati possono imporre alcuni vincoli chiari. Ma alla fine sono soprattutto le comunità umane, che popolano le aziende e gli stati, a dovere indirizzare le scelte fondamentali di rispetto umano e qualità della vita. In questo senso, le piattaforme che parcellizzano le relazioni tra le persone sulla scorta di una personalizzazione del servizio definita unilateralmente, potranno essere superate da nuove piattaforme più adatte a valorizzare i valori della comunità. Le piattaforme cooperative studiate da Trebor Sholz sono un modello da seguire con sempre maggiore attenzione. In un ecosistema da ripulire non può bastare solo stato o solo il mercato. Occorre la comunità. Consapevole.

Articolo pubblicato su Nòva il 15 settembre 2019