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Luoghi ibridi per il lavoro creativo del futuro

Da un articolo uscito su Nòva il 21 febbraio 2021 e su 24+ intitolato: “I luoghi del lavoro del futuro: soluzioni ibride per la creatività e la routine” – Da Facebook a Microsoft e a Twitter: le grandi aziende pensano a organizzare il lavoro per quando la pandemia sarà finita e sono convinte che non si tornerà alla normalità precedente

Salesforce, una grande azienda della tecnologia californiana, ha chiesto ai circa 55mila dipendenti che cosa pensano dell’esperienza di lavorare da casa vissuta durante la pandemia. È risultato che la maggioranza ha apprezzato molto il lavoro da remoto e, nello stesso tempo, che un 80% vuole anche la socievolezza che si sviluppa lavorando in ufficio.

Quindi l’azienda ha deciso si offrire la possibilità di scegliere tra tre opzioni: lavorare in ufficio per due-tre giorni alla settimana, per fare riunioni e presentazioni, usando il resto del tempo per le attività routinarie da casa; chi non ha bisogno di tornare in ufficio può scegliere il lavoro da remoto tutta la settimana; e per chi, invece, trova indispensabile l’ufficio offre naturalmente di poter lavorare in sede.

La soluzione ibrida sembra destinata a interessare molte aziende nei prossimi mesi e anni. Salesforce dice che questa soluzione favorirà la conciliazione tra lavoro e impegni personali e migliorerà l’eguaglianza a favore delle persone che hanno bisogno di tempo per curare i familiari. In un periodo in cui la quasi totalità dei nuovi disoccupati è tra le donne, che hanno dovuto scegliere tra il lavoro e la famiglia, questa innovazione appare particolarmente importante.

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Questi cambiamenti offrono una quantità di spunti di riflessione. Ma Paolo Inghilleri ne propone uno, tanto originale quanto esplicativo, nel suo ultimo libro: “I luoghi che curano” (2021 Raffaello Cortina Editore). Già, perché secondo il docente di psicologia sociale all’università statale di Milano, esistono luoghi che curano. In realtà, più che i luoghi, importano i loro significati, cioè le socialità che li riconoscono. Segnala Inghilleri come il ciclo dell’individualismo si possa considerare in via di superarmento. E afferma che invece si assiste all’avvento del “dividualismo”, concetto proposto dall’antropologo Arjun Appadurai.

Se l’individuo sceglieva nella sua solitudine, rischiando l’isolamento e la conseguente sofferenza, il dividuo è in un certo senso sciolto in una forma di socialità, dunque non rischia la solitudine. Alcuni luoghi pensati da grandi architetti sensibili alla psicologia delle persone, dice Inghilleri, sono luoghi che curano dal panico, dal vuoto, della solitudine. È probabile che i luoghi del lavoro vadano ripensati in modo da metterli al servizio della socialità che le persone cercano anche nel lavoro e che serve a rendere la produzione creativa più felice e generando, dunque, un prodotto di maggior valore. I posti di lavoro singoli potrebbero essere un inutile doppione di quello che si può già fare da casa. Mentre i posti di lavoro destinati alle persone che socializzano per produrre insieme andranno riprogettati proprio per renderli esplicitamente socializzanti.