Un ponte da tutelare tra ricerca e imprese

Ricerca e impresa devono collaborare, mantenendo le loro distinte identità, per il bene di tutti. È il fondamento dell’innovazione e dello sviluppo. In Italia non è mai stato tanto facile, anche se molti imprenditori e ricercatori si erano comunque dati da fare per avviare importanti collaborazioni. Non si erano create le condizioni di una stabile, generalizzata, strategica, pragmatica e sostenibile forma di gioco di squadra, tra scienza e impresa. Una policy intelligente in questo senso era stata avviata dal governo guidato da Mario Draghi. Dovrebbe essere portata avanti dai suoi successori. Articolo pubblicato su Nòva il 24 luglio 2022.


Anche quando l’attualità riserva le peggiori turbolenze, una parte dell’attenzione resta dedicata a ciò che attraversa il presente e punta in avanti. E chi opera nell’innovazione, nella ricerca, nello sviluppo, non può che tentare di mantenersi sincronizzato a ciò che può fondare una prospettiva costruttiva. Il ponte tra la ricerca e l’impresa costruito dal governo di Mario Draghi è destinato a restare, almeno nelle sue strutture portanti, esempio di pragmatismo e lungimiranza. Resta da comprendere se le persone che lo dovranno percorrere continueranno a ritenerlo essenziale.

Nei primi sei mesi dell’anno, una quantità di università, centri di ricerca e aziende si sono date da fare per realizzare il progetto previsto dal Pnrr: un investimento di 4,3 miliardi assegnati con procedure competitive per creare 5 centri nazionali per la ricerca in filiera, 11 ecosistemi dell’innovazione a livello territoriale e per costruire o rafforzare 49 infrastrutture di ricerca e innovazione. Scelte tematiche forti, come quelle dei centri nazionali dedicati a: biodiversità, agritech, mobilità sostenibile, terapia genica, simulazioni, calcolo e analisi dei dati ad alte prestazioni. Iniziative di ricerca pensate insieme alle aziende. Ricercatori delle università, del Cnr, dei centri di ricerca che pur restando affiliati alle loro istituzioni, si dedicano ai problemi scientifici decisi di concerto con il sistema delle imprese. Migliaia di nuovi dottorati, destinati ad arricchire le competenze delle aziende. Un’impostazione pragmatica della relazione tra ricerca e innovazione aziendale che non nega la dimensione della ricerca di base, ma offre una prospettiva di investimento orientata ad aumentare le probabilità che in certi ambiti dell’economia della conoscenza il sistema italiano non sia solo un compratore di tecnologie e possa candidarsi in qualche caso alla leadership. Bandi avviati e conclusi ma sempre nuove opportunità di inclusione di altre aziende, di qualsiasi dimensione. Infrastrutture di ricerca e innovazione destinate a offrire la disponibilità di tecnologie e competenze avanzatissime alle imprese anche piccole e medie che non potrebbero permettersele.

Si tratta di una soluzione organizzativa che scardina l’abituale incomunicabilità tra la ricerca pubblica e le aziende, puntando al gioco di squadra, come ha detto il capo della segreteria tecnica del ministero dell’Università e della Ricerca, Salvatore La Rosa, nel corso di un convegno organizzato dalla Confindustria (editore de Il Sole 24 Ore, ndr). Un gioco di squadra che beneficia sia i ricercatori che le imprese, come osserva Francesco De Santis, vice presidente Ricerca e Sviluppo di Confindustria. Le decisioni formali sono tutte prese e non facilmente modificabili, anche in funzione delle relazioni con la Commissione europea. Costituiscono una prospettiva che dovrebbe durare.


Foto: cc licence Saint Louis University Madrid Campus