Una policy bipartisan: le start up migliorano il sistema economico

Articolo pubblicato su Nòva, Il Sole 24 Ore, il 15 settembre 2022


La storia delle start up degli italiani sta entrando in una fase più matura. Queste imprese possono candidarsi a essere davvero una delle dimensioni dell’economia che trainano il sistema nella trasformazione necessaria ad affrontare questo XXI secolo. Ma che cosa serve perché questo si realizzi? Lo spartiacque è stato evidentemente il 2012, l’anno della legge che ha reso l’Italia più ospitale per le start up. Prima di allora c’erano i pionieri. Alcuni di questi hanno conquistato successi di livello internazionale, come Dada e Buongiorno, Tiscali e Yoox, che hanno saputo interpretare l’avvento del web creando aziende tecnologicamente e strutturalmente innovative nei servizi, le telecomunicazioni, l’ecommerce. Con l’aumento degli utenti di internet, sono aumentati anche i tentativi di fondare nuove imprese, incubatori, acceleratori, fondi di venture capital. Di certo, il movimento è stato reso più fluido dalla legge varata con il governo guidato da Mario Monti, quando Corrado Passera era ministro dello Sviluppo economico: incentivi fiscali, facilitazioni nelle norme sul lavoro, riduzione degli oneri burocratici sono state alcune delle misure che da allora hanno favorito la nascita di start up in Italia. Il panorama è cambiato dal 2012 anche per la nuova attenzione che gli italiani hanno dedicato al fenomeno: talvolta usandolo in chiave retorica per stare al passo di quella che appariva una moda, ma molto spesso anche per realizzare innovazioni profonde. Depop, Satispay, Musixmatch sono esempi dei risultati di questa nuova fase storica. Nel frattempo fondi come United Ventures, P101, Primo Ventures e non solo si sono fatti strada. E il sistema pubblico ha messo in piedi Cdp Venture Capital per sostenere il capitale di rischio nell’innovazione con una dotazione finalmente significativa. Gli investimenti in start up hanno superato il miliardo nel 2021 e quasi raggiunto quella cifra nel solo primo semestre del 2022, secondo il Venture Capital Monitor. Dieci anni non sono molti, ma hanno segnato cambiamenti che vale la pena di conoscere e celebrare, come si è fatto a H-Farm pochi giorni fa alla presenza di molti protagonisti. Ma i confronti internazionali dimostrano che quello che si è fatto è ancora poco rispetto a quello che serve. Perché questa dimensione dell’economia è strategica. Ma gli italiani ne sono abbastanza consapevoli? 

In fondo gli italiani hanno sempre dimostrato di saper creare nuove imprese. Non per niente ce ne sono quasi quattro milioni e mezzo in Italia che danno lavoro a oltre 17 milioni di persone. E le imprese italiane esportano per oltre 500 miliardi, con una crescita importante dal 2009, nonostante le crisi ricorrenti che hanno frenato la macroeconomia di mezzo mondo. Gli italiani sono maestri nel creare imprese che fatturano, che crescono con le loro idee e con il loro sapere, che si consolidano con la qualità delle loro produzioni. Il patrimonio culturale degli italiani resta una fonte inesauribile di fascinazione che caratterizza le produzioni made in Italy. L’abilità artigiana degli italiani resta un punto di partenza potentissimo per tante imprese che fioriscono nelle filiere industriali alle quali partecipano la meccanica e la meccatronica italiane. E l’altissima tecnologia non manca certo in un’Italia che ha dato vita a grandi potenze della farmaceutica, dell’elettronica, dell’auto sportiva, del design e così via. Ma questa maestria che affonda le radici nella tradizione deve restare connessa con la contemporaneità in piena trasformazione. Un sistema può essere resiliente, come il Financial Times non cessa di riconoscere all’Italia, ma perché sia anche capace di migliorare durante le crisi, come suggerisce il concetto di “anti-fragile” lanciato da Nassim Taleb, occorre che si doti della capacità di apprendere e migliorare costantemente.

Le start up sono imprese votate all’innovazione. La immaginano, la realizzano, la testano. Danno al sistema economico la capacità di imparare quali sono le nuove soluzioni che funzionano e che vengono adottate dal mercato, diventando appunto innovazioni. Con un sistema di finanziamenti tutto sommato limitato e capace di generare forti soddisfazioni, riescono a valorizzare i saperi sviluppati ed elaborati dalla ricerca, fanno fare esperienza ai giovani, modificano le traiettorie di sviluppo delle aziende che le acquisiscono. Le start up non sono nuove imprese come le altre. Hanno un enorme valore per le singole persone che le pensano e le lanciano. Ma sono nello stesso tempo un grande valore per il sistema nel suo complesso che grazie a esse impara ad adattarsi al ritmo incalzante del mutamento mondiale. La finanza, le grandi e medie imprese esistenti, il sistema educativo devono investire più attenzione e tempo nelle start up. Una policy che ne favorisca la fioritura non può essere partigiana: punta al bene comune.


Foto: “Start Up” by veesees is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.