Michele Kettmajer, lavora attualmente tra la Fondazione Bruno Kessler di Trento e l’Università Pontificia Auxilium di Roma. Intellettuale attivo, imprenditore e innovatore sociale, si è trovato a diventare esperto di tecnologia fin dai primi passi di internet e non cessa di coniugare la riflessione e la progettualità, senza perdere mai di vista la complessità del compito di immaginare le conseguenze di quello che si sceglie di fare. Ha trovato le parole per raccontare questa sua esperienza nel blog che tiene qui su Nòva100. E nel libro che offre lo spunto per queste righe.
Kettmajer ha sentito l’urgenza di confrontare la cultura tecnologica con il pensiero cristiano ben prima che l’enciclica “Magnifica Humanitas” rendesse questo tema straordinariamente interessante. Nella vita si è misurato come imprenditore e tecnologo con la complessità dei sistemi socio-tecnici nei quali si immergevano le innovazioni alle quali partecipava. C’è un filo rosso nelle sue riflessioni: sono chiaramente immerse nelle sue esperienze operative, il che gli serve per mantenersi umile e realistico, ma sono evidentemente condotte con una sensibilità che lo conduce a superare sempre il proprio punto di vista per immaginare con chiaramente e criticamente anche il punto di vista degli altri. Proprio per questa generosa larghezza di vedute, Kettmajer può studiare i cambiamenti concettuali che spiegano le modificazioni strutturali collegate all’innovazione tecnologica senza perdere di umanità e senza perdersi nell’astrazione.
Il libro va letto come un’esplorazione delle mutazioni culturali che si accompagnano all’introduzione impetuosa dell’intelligenza artificiale nel dibattito contemporaneo e, tra ingenuità e scetticismo, anche nella vita quotidiana di almeno un miliardo di persone. Kettmajer si rende conto che, per attraversare bene questo passaggio, serve una ricerca aperta alle sorprese dell’esperienza socio-tecnica per affiancare la visuale specialistica dei costruttori della nuova infrastruttura della conoscenza.
Tra le sue riflessioni si trovano punti di vista che servono da premessa per molte altre discussioni. «L’intelligenza non è in pericolo perché l’AI la sostituisce. È in pericolo quando lasciamo che sia definita solo da ciò che la macchina può replicare, da ciò che i suoi architetti decidono di farle riconoscere». Perché: «Non stiamo diventando più stupidi. Stiamo diventando più equivalenti, non nel senso di più liberi, ma più compatibili. Più riconoscibili dal sistema, meno dissonanti, meno eccedenti. È questa forma di equivalenza, questa capacità dell’AI di rendere tutto leggibile, tutto accessibile, tutto comparabile, a produrre la vera crisi. Una crisi non del cervello, ma della sua legittimazione sociale. Perché se ogni voce deve farsi forma accettabile per entrare nel discorso, allora il pensiero stesso si riduce a ciò che può essere riconosciuto».
In questo senso il cambiamento epocale è artificiale come lo strumento che apparentemente lo sintetizza.
«L’Artificene è l’era plasmata dall’intelligenza artificiale. In questo nuovo tempo il principale agente di trasformazione non è più l’uomo, ma reti di agenti intelligenti, spesso autonomi, che progettano, ottimizzano e governano aspetti fondamentali del mondo ridefinendo ecosistemi, economia e società. Se con l’Antropocene la Terra è diventata un artefatto umano, con l’Artificene è l’umanità stessa a diventare artefatto: non più soltanto padrona e creatrice della tecnologia, ma essere le cui condizioni di vita, di decisione e di relazione sono rese possibili, e sempre più determinate, dalla tecnologia stessa. L’uomo diventa un fenomeno tecnologico».
Ma questa immagine di un futuro estremizzato serve a Kettmajer soprattutto per affermare che a un simile risultato si arriva se si lascia che il sistema socio-politico consenta a pochi grandi agenti privati che gestiscono e progettano il digitale e l’intelligenza artificiale di accentrare tutto il potere, eliminando qualsiasi possibilità di intervento democratico.
La questione conduce a riflessioni politiche di fondo che costeggiano le grandi discussioni sul lavoro del futuro, la sostituzione degli umani con l’automazione, le forme di sostegno economico per l’umanità eventualmente spiazzata dalle macchine. A questo proposito, Kettmajer propone una soluzione adeguata a un’epoca in cui il potere, la ricchezza e l’equità passano per il controllo privato delle infrastrutture. «Non redistribuire il reddito dopo la produzione, ma redistribuire la proprietà delle infrastrutture che producono quel reddito. In questo caso il reddito non deriva da una tassa. Deriva dalla partecipazione a sistemi produttivi che generano rendimenti economici. Non assistenza ma dividendi».
La ricetta va discussa ma il problema è chiaro e forte. Di fatto, le infrastrutture fondamentali della vita contemporanea, organicamente monopolistiche, concentrano ricchezza e potere. Come limitare quel potere? L’antitrust è una strada. Per ora insufficiente. La pubblicizzazione della proprietà è un’altra. Contraria all’ideologia economica corrente e soprattutto al sistema di potere internazionale che la garantisce. Probabilmente un’ulteriore alternativa è la costruzione con denaro pubblico di infrastrutture europee migliori di quelle importate dagli Stati Uniti e dalla Cina. Migliori in termini di qualità delle conseguenze economiche, di rispetto dei diritti umani, di apertura all’innovazione: migliori perché invece di accentare le risorse ne abilitano la moltiplicazione. In India sono partiti con la costruzione di un sistema pubblico di identità digitale concepito come infrastruttura abilitante per iniziative di ogni genere. E funziona. Le possibilità della ricerca sono sempre più ampie di quanto non facciano pensare le previsioni interessate.
L’esplorazione di Kettmajer è un viaggio che si può leggere con curiosità per tutti i suoi passaggi non perché contenga la descrizione della meta, ma perché aiuta ad attraversare con minore inquietudine i passaggi più problematici della contemporaneità.