L’uso dell’AI nella guerra alla realtà. Dalle manipolazioni dell’informazione di Sam Altman alla ricostruzione della “guerra profonda” di Arturo di Corinto

In questi giorni si discute del cosiddetto incidente nel quale un programma di OpenAI sarebbe uscito autonomamente da una sandbox e avrebbe attaccato con successo la piattaforma Hugging Face. È l’ennesimo episodio della serie “antropomorfizzazione dell’AI”. La narrazione è poco trasparente e utile soprattutto a Big Tech. Il contesto va conosciuto ancora meglio delle singole notizie. La cultura occidentale è attaccata da più soggetti: oligopolisti americani, stati aggressivi, organizzazioni criminali. Questo post si conclude con la ripresa di un pezzo uscito oggi sul Sole 24 Ore a commento della vicenda citata che coinvolge OpenAI con il titolo “Troppe ambiguità. Serve trasparenza”. Ma inizia con il richiamo a un libro necessario.


Guerra profonda

Arturo di Corinto ha scritto “Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti” per Luiss University Press 2026. Di Corinto è giornalista esperto di cybersicurezza e attivista per i diritti digitali, consigliere dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale.

Il libro è indispensabile. È composto da carrellate di fatti che illustrano in modo incalzante l’emergere di un nuovo contesto di guerra, fatto di informazioni manipolatorie, attacchi alla cybersicurezza, innovazioni tecnologiche, decisioni governative, dimensioni nascoste dei conflitti; carrellate accompagnate da analisi profonde su concetti come sovranità di internet, guerra cognitiva, persuasione, disinformazione, occupazione militare dell’agenda mediatica, hacktivism. Non mancano due carotaggi fondamentali sulle guerre tra Ucraina e Russia e tra Israele e Hamas.

Di Corinto riesce a dare informazioni che non si trovano facilmente e a interpretarle senza giocare sulla paura ma dando conto della portata inesplorata di quello che sta accadendo.

E termina sottolineando come l’emergere di nuovi centri di potere in Occidente sia al cuore degli sviluppi che le democrazie devono comprendere per salvarsi. Il caso di Palantir, azienda privata che vende servizi di intelligence e facilitazione dei sistemi decisionali ai governi, come alle imprese, viene descritto con attenzione. Di Corinto ricorda gli episodi nei quali Palantir ha partecipato alle guerre in corso: come quello spettacolare dei pager scoppiati nei pantaloni dei membri di Hezbollah. Approfondisce questi episodi perché quell’azienda privata ha un’agenda pubblica. E non è necessariamente democratica.


Troppe ambiguità. Serve trasparenza

Articolo pubblicato sul Sole 24 Ore il 23 luglio 2026

Un agente di OpenAI è riuscito a bucare le difese di Hugging Face durante un test. L’azienda americana che ha prodotto ChatGPT ha definito questo fatto un incidente. Ma poiché quell’agente era disegnato proprio per superare le difese che servono a proteggere le informazioni riservate nelle piattaforme online, l’azienda non ha potuto evitare di dare l’impressione – chissà quanto non voluta – di avere registrato un successo. Da anni, la comunicazione sui progressi dell’intelligenza artificiale gioca su questa ambiguità: la tecnologia è descritta come così potente che anche chi la produce teme che possa andare fuori controllo. Ma ormai il gioco è un po’ troppo scoperto. E sarebbe tempo di prendere le misure di questo stile di comunicazione. 

Un primo argomento critico potrebbe riguardare la ricostruzione del fatto di per sé. L’agente di OpenAI è stato raccontato come talmente abile da aver superato i confini della sandbox, cioè l’ambiente informatico protetto dal quale l’agente non doveva uscire durante lo svolgimento del test. Ma resta da capire se questo è avvenuto perché l’agente era molto potente o se i confini della sandbox erano troppo deboli. D’altra parte, raccontare l’incidente dicendo che un “agente” è “scappato” di propria iniziativa da una sandbox nella quale doveva restare confinato ed è andato ad attaccare una piattaforma trovando un accesso a internet che doveva essergli precluso è un nuovo episodio della serie “antropomorfizzazione dell’intelligenza artificiale”: una narrativa che da settant’anni serve ad attirare l’attenzione su questa tecnologia e ad affascinare il pubblico.

Fa pensare anche il fatto che la prossima settimana, il ceo di OpenAI, Sam Altman deve andare a Washington per dare informazioni sui prossimi modelli in uscita dalla sua azienda, come richiesto dal governo americano. Questa pratica è originata dal precedente del modello di Anthropic, Mythos, presentato come uno specialista della ricerca di vulnerabilità nella cybersecurity. In quel caso, il governo si è trovato sorpreso e spiazzato, sicché è intervenuto sgangheratamente, prima imponendo il blocco dell’accesso al modello per gli stranieri, poi concedendolo di nuovo, mostrando che in questo mercato l’autorità politica americana può interferire in modo imprevedibile e che nessun utente può contare sulla certezza del diritto. Il che peraltro aveva conferito ad Anthropic l’immagine del produttore di un modello veramente potente e pericoloso. Insomma, grazie all’incidente dell’altro giorno, Sam Altman va a Washington con l’aura del produttore di un modello che non ha niente da invidiare a quello del concorrente.

Infine, è molto interessante anche un dettaglio che riguarda le operazioni di Hugging Face quando ha dovuto trovare un rimedio all’attacco. Un dettaglio che forse non è altrettanto compatibile con le intenzioni di comunicazione di OpenAI. Per analizzare l’incidente, infatti, Hugging Face ha usato un modello aperto cinese prodotto da Z.ai. La superiorità di questo genere di modelli è che i pesi dei modelli sono aperti, quindi gli utenti possono modificare i parametri in base alle loro esigenze e usare le tecnologie con i propri server. Nei modelli chiusi, come tipicamente sono quelli di OpenAI e Anthropic, i dati di utilizzo sono inevitabilmente condivisi con i produttori: ma in un caso come questo, la riservatezza era importante. E Hugging Face ha dato nuovi argomenti ai sostenitori del fatto che, in casi come questo, non è obbligatorio fidarsi dei modelli delle grandi aziende americane.

Nella narrazione dell’intelligenza artificiale, le ambiguità sono funzionali a chi offre i prodotti. Ma chi la utilizza ha bisogno di chiarezza. E trasparenza.


Foto: un elemento della copertina del libro di Arturo di Corinto citato sopra