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Un disegno globale per la crescita di Milano. E l’Italia

La Triennale di Milano ha inaugurato la sua nuova stagione di esposizioni con un salto nel futuro. Il respiro internazionale della ricerca che sottende il design raccontato dalla Triennale è un appello alla consapevolezza: il cambiamento climatico richiede di progettare le opere degli umani in modo da modificare radicalmente la traiettoria dello sviluppo e il suo impatto sul pianeta. La mostra “Broken Nature: Design Takes on Human Survival” – curata da Paola Antonelli, designer con una formidabile esperienza come curatrice del Dipartimento di Architettura e Design del MoMa di New York – è una raccolta di progetti dallo straordinario potere narrativo che tolgono di mezzo la tentazione di rimuovere il problema dell’equilibrio ambientale e mostrano come ci sia molto da fare. I simboli, i gesti artistici, i prodotti esposti nella mostra dicono che se si pensa correttamente si fa in tempo a invertire la rotta che sta rovinando il pianeta: ricordando il pensiero di Marshall McLuhan che osservava che «sull’astronave Terra non ci sono passeggeri: siamo tutti equipaggio». Alla Triennale, l’intelligenza artificiale e la genetica, i big data e la loro visualizzazione, la diversità biologica e quella culturale, sono raccontate insieme ai diritti delle piante e alla libertà di creazione.
Era un salto di qualità necessario per Milano. La celebrazione del design milanese non basta più da sola ad alimentare il discorso che ne dimostra la qualità nel mondo. La sua storia va connessa alla contemporaneità. E sono i luoghi aperti alle idee globali, come la nuova Triennale o il Salone del Mobile, a sostenere la dinamica che conduce al riconoscimento internazionale del valore delle produzioni locali. Milano sta imparando a comprenderlo, come del resto ha dimostrato all’epoca dell’Expo.
E non a caso l’amministrazione milanese, che pure vanta risultati notevoli, non cessa di porsi termini di confronto internazionali piuttosto sfidandi. Cristina Tajani, assessore Attività Produttive, Lavoro, Commercio, ricorda che la città ha recuperato i livelli di disoccupazione precedenti il 2008 e aumentato l’occupazione del 5%, dimostrandosi un polo di attrazione di attività. E tenendo presenti le esperienze di città come Parigi, Londra, Barcellona e New York, come insegna l’economista Stefano Micelli, anche Milano adotta una politica per il ritorno della manifattura in città, questa volta in chiave verde, artigiana, digitale, internazionale. Il tutto senza dimenticare il rischio di polarizzazione che si manifesta in ogni operazione di successo nell’epoca delle reti. Il recupero delle periferie, l’inclusione e la coesione sociale, l’attenzione alla qualità dell’ambiente attraverso una logica evolutiva dei trasporti locali molto consapevole – attestata anche dall’introduzione della zona B – sono policy fondamentali per la città e ispirate da un confronto con i temi globali, non più con le altre città italiane. Certo, la città resta piccola, alla scala globale: il prossimo passaggio deve essere la visione di una rete di poli urbani connessi che faccia apparire la grande conurbazione lombarda , attualmente poco pensata e organizzata, e costruisca una rete delle città del nord Italia che possa consentire all’ecosistema milanese di raggiungere una dimensione paragonabile almeno a quella della piattaforma urbana olandese.

Articolo pubblicato su Nòva il 3 marzo 2019