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Per un’alfabetizzazione all’ecologia dei media

La forma delle opinioni prevalenti in una società e la struttura dei media nei quali si sviluppa la cultura sono strettamente collegate. E l’ecologia dei media studia proprio questo collegamento, concependo i media come l’ambiente nel quale la società evolve in termini di conoscenza. Il fenomeno si dipana seguendo diverse direttrici. Ovviamente, in primo luogo avviene per “agenda setting” e con la costruzione di quadri narrativi. Il caso della priorità che gli italiani attribuiscono al tema degli sbarchi di persone provenienti dalla sponda sud del Mediterraneo sulle coste italiane è emblematico: i dati del ministero dell’Interno e dell’Ipsos, mostrano chiaramente che il quadro interpretativo prevale nettamente sui fatti, sicché mentre gli sbarchi non cessano di diminuire dal giugno del 2017, la preoccupazione per gli sbarchi non cessa di aumentare. Il discorso mediatico – in questo caso e non solo in questo caso – dà forma alla realtà molto più dei fatti, visto che in quel periodo gli sbarchi sono progressivamente passati da 23.526 nel giugno 2017 a 782 nel settembre 2018, mentre la quota di italiani preoccupati per gli sbarchi è passata da 35 a 45%. Ma i quadri interpretativi, sebbene abbiano una durata che appunto sfida il ritmo dei fatti, hanno comunque un andamento ciclico o, almeno, sono connessi alle congiunture. Esiste anche la durata più lunga delle strutture mediatiche, le forme sottostanti a qualunque fatto e a qualunque quadro interpretativo: le strutture mediatiche sono fatte di algoritmi, interfacce, sistemi incentivanti dei comportamenti degli utenti, modelli di business. E sebbene tutti questi aspetti siano indipendenti dai contenuti che passano sulle piattaforme mediatiche e dai quadri interpretativi che vi si sviluppano, non di meno influenzano la dinamica della conoscenza, contribuendo a raccogliere e indirizzare l’attenzione. Un’alfabetizzazione mediatica è sempre più necessaria per un utilizzo libero delle informazioni: in assenza di consapevolezza sulle conseguenze delle stutture mediatiche si confonde più facilmente ciò che è vero e ciò che appare vero. Il che ha conseguenze fondamentali. Sempre secondo il rapporto Italia 2019 di Ipsos, il 65% degli italiani è convinto che “con internet ormai si può far decidere i cittadini su tutte le cose importanti” e il 59% degli italiani pensa che “sui social network come Facebook la gente finalmente può dire davvero quello che pensa”, il che si accompagna con il 69% degli italiani secondo i quali”è giusto che i politici usino un linguaggio anche crudo e brutale, è meglio dire le cose senza tanti giri di parole” e con il 66% di italiani che dicono che “la democrazia ormai funziona male, è ora di cercare un modo migliore per governare l’Italia”. Il tutto avviene in un contesto nel quale, secondo Gfk e Agcom, per informarsi su internet, il 54,5% degli italiani usa “fonti algoritmiche” mentre il 39,4% usa “fonti editoriali”. Se ci fosse maggiore alfabetizzazione sulle strutture dei media si potrebbe collegare il linguaggio sbrigativo usato dai politici con la crisi di credibilità della democrazia, e l’opinione favorevole a una sorta di democrazia diretta con l’informazione fai-da-te e con la scarsità dei risultati delle policy. Il che aiuterebbe forse a distinguere meglio l’apparenza e la realtà. Non è detto. Ma varrebbe la pena provare.

Articolo pubblicato su Nòva il 24 febbraio 2019