Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
©credits

Immuni: il nodo dei falsi positivi

Individuare al più presto i cittadini che hanno contratto il Covid-19 e curarli. Avvertire tutti coloro che potrebbero essere stati infettati da quei cittadini – per averli incontrati da vicino di recente – e verificare se a loro volta hanno contratto il virus. Isolare le aree del paese che si dovessero dimostrare focolai di infezione. Riprogettare i luoghi pubblici in modo da favorire il “distanziamento”. Lasciare che tutti gli altri cittadini possano dedicarsi alle loro attività. Accettare comunque un approccio probabilistico e sviluppare un sistema di continuo miglioramento della conoscenza in materia. Per avviare una reale fase due occorre sviluppare un apparato tecnico funzionante per realizzare il contenimento evoluto dell’epidemia, in modo da sostituire il contenimento generico della clausura generalizzata e devastante per l’economia e la società. Ma l’evoluzione di questo apparato tecnico non è supportata da una comunicazione trasparente, coerente e motivata scientificamente, che consenta ai cittadini di farsi opinioni consapevoli. Anzi, tutt’al più si avverte: se l’epidemia riprenderà, si ritornerà a chiudere tutti in casa. È il messaggio sbagliato se si punta alla collaborazione informata, necessaria peraltro per disegnare una prospettiva di fiducia per gli investitori, i lavoratori, le famiglie. 

La questione dell’applicazione per il tracciamento dei contatti dei cittadini è emblematica. Dopo la scelta della soluzione “Immuni” non si è più saputo nulla, fino al decreto numero 28 del 30 aprile, che peraltro ha tradotto in legge quanto si sapeva già. Immuni sarà un’applicazione che traccia la prossimità degli smartphone: sarà volontaria, temporanea, pseudonima, non geolocalizzata, infrastrutturata in Italia, open source. Ma il decreto non poteva rispondere all’unica domanda che conta: funzionerà?

I problemi non mancano. A partire dai falsi positivi o negativi. Come mostra un’inchiesta della Technology Review dell’Mit, il bluetooth, il sistema usato per registrare la prossimità, è meno che preciso. In teoria può registrare la distanza tra due smartphone e la durata dell’eventuale contatto ravvicinato. Ma questi dati cambiano a seconda che le persone abbiano il cellulare in tasca o in mano, in verticale o in orizzontale, all’aperto o al chiuso. D’altra parte può registrare telefoni che si trovano vicini ma separati da un muro o da un vetro, da un soffitto o da un pavimento, ostacoli che bloccherebbero il contagio. Il decreto del 30 aprile, del resto, rimanda a una successiva precisazione del ministero della Salute per quanto riguarda la durata della conservazione digitale delle tracce degli incontri ravvicinati. Si pensa che il tracciamento riguarderà incontri a distanza di meno di due metri durati almeno un quarto d’ora. Ma sono regole basate su un’euristica del rischio. Chi può dire se entrando in un ascensore un minuto dopo che ne sia uscita una persona positiva non ci siano rischi? Anche pochi falsi positivi o negativi, peraltro, generano problemi non banali: gli incroci di persone hanno un andamento esponenziale e se l’applicazione tiene traccia dei loro incontri per 14 giorni, il numero di persone coinvolte è molto elevato. 

D’altra parte, mentre è confermato che statisticamente occorre che almeno il 60% della popolazione adotti l’applicazione volontariamente, l’intervento di Apple e Google cambia lo scenario. «Ho visto la beta del nuovo sistema operativo in arrivo» racconta Marco Trombetti, che dalla sua PiCampus ha partecipato tra l’altro alla crescità di Filo una startup che usa il bluetooth per tenere traccia degli spostamenti di oggetti al fine di non perderli o farli comunicare tra loro: «Con la nuova release gli incroci di telefoni via bluetooth sono tracciati di default, come già oggi avviene con il wifi e le celle della rete mobile, sicché non occorre accendere la funzionalità. A quel punto il 60% della popolazione è tracciabile. E la app deve soltanto servire come interfaccia governativo per fare arrivare ai cittadini l’informazione di un loro contatto con una persona poi risultata positiva». Certo, mancheranno informazioni che incrocino i dati in modo da poter inferire qualcosa per esempio sugli asintomatici, che invece si potrebbero riconoscere analizzando il grafo dei contatti se fossero registrati in un server centrale. Ma questo approccio – scelto  nel Regno Unito – non corrisponde al livello di privacy scelto in Italia e in Germania. Infine, come sottolinea Alfonso Fuggetta, ceo del Cefriel e professore al Politecnico di Milano, non utilizzando la geolocalizzazione non si può tener conto delle aree territoriali critiche – come certi ospedali dove si trovasse un focolaio – e non si possono individuare nuove aree critiche emergenti dall’analisi del luogo dei contatti delle persone poi risultate infette. 

Scelte attuali che potrebbero cambiare? Se l’epidemia dovesse riprendere non mancherà chi prenderà in considerazione l’ipotesi di aggiungere nuovi dati al tracciamento, invece di richiudere tutti a casa. Ma perché i cittadini possano operare scelte informate e comportarsi in modo razionale, una maggiore trasparenza sulla strategia per la fase due e sulle sue possibili evoluzioni sarebbe utile.

Nel frattempo, i segni di scoordinamento si manifestano. Le Ferrovie hanno annunciato:

«L’avvio della Fase 2 porta alcune novità a tutela della salute di chi viaggerà in treno. Oltre a mascherine obbligatorie, la raccomandazione di guanti monouso, dispenser per frequenti igienizzazioni delle mani e distanziamento, una tra le principali riguarda l’introduzione del biglietto elettronico nominativo sia per le Frecce sia per gli Intercity, per i quali la prenotazione diventa obbligatoria.

L’iniziativa, nel pieno rispetto degli obblighi di protezione dei dati personali, garantirà un maggior livello di sicurezza sanitaria consentendo, ad esempio, di essere avvisati nel caso in cui si sia condiviso il viaggio con un passeggero risultato successivamente positivo al virus.»

È quanto si legge nel notiziario delle Ferrovie dello Stato.

Ci si preoccupa della privacy nell’applicazione per il tracciamento dei contatti dei cittadini trovati positivi al Covid-19. Ma alle Ferrovie sanno come unire i loro dati sui passeggeri con le informazioni relative alla positività dei passeggeri? E come ottengono tali dati? Siamo già in una fase 2.1?

Articolo pubblicato sul Sole 24 Ore il 5 maggio 2020