Una ricerca di Aspen per la sovranità digitale

Articolo scritto per il Sole 24 Ore il 1 luglio 2026


Il caso delle bustine di zucchero in plastica nei bar è talmente marginale da diventare centrale. L’interventismo normativo europeo ha imposto le bustine di zucchero una ventina d’anni fa per migliorare l’igiene dei bar che usavano le zuccheriere, solo per arrivare a vietarle adesso e promuoverne la sostituzione con dispenser ricaricabili, allo scopo di ridurre i rifiuti. Funzionari, politici, lobbysti, imprenditori e giuristi hanno occupato molto del loro tempo per questa questione. Giulio Tremonti lo ha ricordato nel suo intervento a un convegno organizzato dall’Aspen Italia, che presiede, dedicato alle possibilità della sovranità tecnologica e della sicurezza economica in Europa. Il punto è che l’Europa si occupa analiticamente di regolamentare una quantità infinita di questioni: con il rischio di nascondere ciò che è davvero importante sotto una coltre di burocrazia insuperabile e facendo cadere dall’alto le policy che dovrebbero servire alla crescita e al benessere degli europei.

Senza estremizzare questa impostazione critica, è chiaro che le policy “top down” vanno equilibrate da un approccio che favorisca una forte innovazione che emerge dall’ecosistema. Un progetto di ricerca dell’Aspen, realizzato con la Luiss, il Politecnico di Torino e lo studio legale Chiomenti, è dedicato proprio a cercare un approccio “bottom up” al ripensamento della strategia per la sicurezza economica europea. Lo studio propone di partire dalla mappatura delle filiere fondamentali dell’industria europea, per scoprire per esempio gli elementi del sistema produttivo che dipendono troppo fortemente da pochi fornitori non europei. L’idea di fondo è semplice: la sovranità tecnologica e la sicurezza economica, in un mondo di interdipendenze globali, non si raggiunge puntando a sostituire tutti i prodotti importati con beni autoctoni. La sovranità non è l’autarchia, ma la libertà di scelta tra diversi fornitori. L’obiettivo è coltivare le alternative per liberarsi da condizioni di sudditanza produttiva che possono rivelarsi strategicamente pericolose.

Esempi decisivi, evidentemente, si trovano guardando alla filiera dell’intelligenza artificiale. Anche se si può considerare eccessivo l’entusiasmo che questa tecnologia suscita nei mercati finanziari, è difficile contestare l’idea che si tratti di una questione fondamentale per lo sviluppo economico dei prossimi decenni. A questo proposito, l’Europa ha bisogno di alternative su tutta la linea. Dall’approvvigionamento di energia all’accesso ai microprocessori, dal cloud che raccoglie i dati ai super computer per l’addestramento dei modelli, dai data center che servono alla distribuzione del servizio alla produzione di applicazioni. Se si abbandona la velleità di una totale indipendenza dai fornitori globali e si concentra l’attenzione sulla libertà di scegliere produttori alternativi, il progetto della sovranità tecnologica appare un po’ meno irrealistico. E diventa un vero sostegno anche per la crescita di alternative europee: perché alimenta gli spazi di mercato delle grandi e piccole imprese locali e colloca la forte ricerca scientifica europea in un ecosistema capace di valorizzarne i risultati.

Ovviamente, si tratta di superare i pregiudizi dei pessimisti che sostengono che per l’Europa non ci sia più nulla da fare in questo settore. Un po’ aiuta la considerazione secondo la quale esiste una vita dopo i pur i potenti modelli attuali: il quantum computer, la physical AI, la stessa robotica industriale, sono frontiere che gli europei possono attraversare prima di altri, o almeno esplorarle senza trovarsi fin dall’inizio in condizione svantaggiata.

Del resto, se l’intelligenza artificiale vive di dati, è da tener presente che le informazioni sviluppate dal sistema manifatturiero europeo, generalmente, non sono ancora state assorbite dai mega modelli delle BigTech e possono essere riservati a nuove intelligenze artificiali organizzate intorno ad architetture che salvaguardino la proprietà intellettuale delle imprese europee. In questo modo, il sistema industriale europeo può diventare effettivamente il destinatario – e il finanziatore – di una nuova ondata di modelli, pensati e realizzati proprio per favorire le filiere produttive e le attività imprenditoriali.

Il nemico dell’Europa non è certo il futuro. Ma la capacità degli europei di superare i pregiudizi e di passare dalla difesa dell’esistente alla costruzione di ciò che ancora non è stato fatto.